L’Ossservatore carioca
1 Ottobre Ott 2013 1019 01 ottobre 2013

Di cosa parliamo quando parliamo di Raymond Carver

Esco commosso dalla lettura della monumentale biografia di Raymond Carver, Una vita da scrittore, pubblicata in Italia da Nutrimenti e che si deve al lavoro quindicennale, alla bravura e alla pazienza di Carol Sklenicka. Sono oltre settecento pagine nelle quali ci si immerge a occhi chiusi e da cui si riemerge in qualche modo turbati e in continuo contatto con il testo, che rende così viva e pulsante la traiettoria del grande autore americano scomparso nel 1988 a cinquant’anni di età.

Carver l’avevamo letto a inizio anni Novanta (io a partire dall’edizione mondadoriana di Cattedrale) e poi nelle edizioni Garzanti degli altri racconti, senza conoscere quasi nulla della sua vita, delle sue origini, della sua travagliata storia familiare, una storia che sembra uscire dalle pagine di Furore di John Steinbeck e che Raymond si ritrovò sulle spalle come un’eredità inevitabile. (Oggi i suoi libri in Italia sono pubblicati, tradotti e ritradotti da Minimum Fax, Einaudi e un Meridiano Mondadori).

Suo padre era alcolizzato e lui divenne un alcolizzato all’ultimo stadio. I suoi genitori non duravano più di due anni nella stessa casa e spesso nello stesso Stato e anche lui, con la prima moglie Maryann, sposata quando lei aveva quindici anni e Raymond diciannove, non duravano due anni allo stesso indirizzo e nello stesso Stato. Non sapevamo, quando io lo scoprivo nel 1993 (e lui era già morto da cinque anni), l’origine dei suoi temi; lo immaginavamo come un sopraffino stilista del racconto che aveva scelto una sezione di umanità da raccontare, gente comune sopraffatta dai guai della vita.
Non immaginavamo che Carver aveva semplicemente scritto della propria gente, della propria famiglia, di se stesso e di sua moglie, dei suoi due figli avuti da giovanissimi, dei loro continui traslochi, dei debiti (fecero due volte fallimento), dei lavori manuali, Maryann spesso cameriera, lui custode e pulitore notturno. Aveva scavato nella sua esperienza e l’aveva resa un’epopea universale, quasi senza rendersene conto, con un lavoro inesausto sullo stile, che poi sedicenti scoop giornalistici hanno tentato di attribuire al suo editor Gordon Lish, esagerando un tantino.

Ed è ovvio il perché: lo stile di Carver è la carne di Carver, non è una frase tolta o un finale accorciato, o una pagina dimezzata, o un inizio capovolto. La scrittura di Carver è l’osservazione colma di pietà nei confronti di chi arriva secondo, di chi arriva terzo. Mentre le luci della ribalta illuminano la notizia principale (di questo ne parlava spesso anche Kapuscinski a proposito dei suoi reportage) Carver seguiva invece qualcosa che in quella luce non c’era: seguiva gli altri.
Quelli che come lui, come sua madre e suo padre, avevano perso il lavoro, avevano bevuto troppo, non avevano lo spazio fisico per scrivere, i creditori alla porta. Scriveva, molti anni prima che le cosiddette banche d’affari scaraventassero milioni di persone nella merda, di chi non sarebbe mai più riuscito a pagare un mutuo e, come avviene oggi a milioni di americani, si sarebbe accontentato di una roulotte per il resto dei suoi giorni.

La sua scrittura però è miracolosa perché non è “impegnata”, ma è lieve, spesso innervata di uno humour che è semplicemente la capacità di voltare pagina tutti i giorni, di alzarsi e andare a dormire, accogliendo il racconto degli altri come fosse, in fondo, il proprio. Credo che questa sia la forza che permette ai suoi racconti di resistere al tempo come quelli di Maupassant o di Checov, che per altro Carver ammirava e leggeva di continuo. Quello che commuove davvero di questo scrittore, quando lo si legge, è l’attenzione mai stanca al mondo: Carver amava pescare, perché lo aveva fatto tante volte da bambino; nei suoi racconti c’è, secondo me, il silenzio e l’attenzione del pescatore sul fiume. Se la vita abbocca bene, altrimenti si torna a casa lo stesso con qualcosa da raccontare che non è, esattamente, il pesce pescato.

Una delle pagine più toccati di tutto la biografia della Sklenicka, e per questo la raccomando a chiunque ami i libri e gli scrittori, ma anche la vita della gente, riguarda una telefonata che Carver ricevette quando era verso la fine, stava morendo: il cognato della sua ex-moglie lo chiamò per informarlo che un incendio aveva spazzata via la sua casa, un romanzo in unica stesura (era anche lui scrittore) e tante altre cose, compresi due cani, morti nell’incendio.
Carver ascolta quella voce e il suo racconto, sarebbe morto anche lui dopo poche settimane e l’ultima frase che il cognato gli sentì dire da vivo fu: «Sto pensando a quei cani».

Se non fosse la metafora perfetta di tutta la sua arte, «sto pensando a quei cani», sarebbe potuto essere uno dei suoi titoli così precisamente estratti dalla vita: Da dove sto chiamando, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, Vuoi star zitta per favore?, Il nuovo sentiero per la cascata.


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