Daniele Marini
Palomar
1 Ottobre Ott 2013 1032 01 ottobre 2013

La partecipazione: diffusa, ma senza appartenenza

C’è una ricchezza che il PIL non misura: le molteplici forme della partecipazione dei cittadini. Ed è una risorsa rilevante e diffusa fra i cittadini e sul territorio nazionale. Le attività di volontariato, quelle legate ai temi dell’ambiente e del territorio, della cultura, piuttosto che del loisir e sportive: tutte contribuiscono a generare il nostro capitale sociale. Che è fatto di dimensioni assieme simboliche ed economiche. Perché la partecipazione attiva a forme associative crea condivisione di valori, unisce le persone e le comunità in una visione comune della propria esistenza e del futuro. Come tante formichine brulicanti sul territorio, attraverso le diverse forme del volontariato, alimentano reti di relazione, si scambiano informazioni e iniziative, si ordisce quel filo che consente a un territorio di sperimentare l’integrazione e il sostegno fra persone. Anche di provenienze diverse. Anche in quei territori dove i mezzi di comunicazione danno voce solo, per esempio, a chi è contrario ai migranti. Anzi, proprio lì paradossalmente troviamo iniziative diffuse di solidarietà e di sostegno. Tutte queste attività sono elementi fondamentali della nostra coesione sociale. L’obiezione che più spesso si sente fare, ed è anche la preoccupazione ricorrente, è che le persone partecipano poco: è difficile chiamare a raccolta i cittadini. Certo, sono oggi molto poche le organizzazioni volontarie in grado di mobilitare – come si usa dire – le masse, com’era un tempo per le grandi associazioni o i partiti (spesso portati a predisporre partecipazioni prezzolate). Oggi la mobilitazione delle persone avviene su singole istanze, magari anche limitate nel tempo, sicuramente meno ideologicizzate: la questione ambientale del proprio quartiere o al più della città; la raccolta di alimenti o di denaro per le famiglie con problemi; le emergenze climatiche e i disastri ambientali (negli anni recenti, come non ricordare i giovani “angeli del fango” dell’alluvione di Genova, i cittadini – locali e immigrati assieme – delle alluvioni in Veneto, i volontari nei terremoti, oltre a quelli della Protezione Civile). Iniziative mirate, concrete, dove chi partecipa può misurare tangibilmente gli effetti del proprio impegno. È una partecipazione pragmatica dove contano le dimensioni relazionali, il contatto e il confronto con le altre persone, e l’intervento materiale. Il brulichio delle iniziative e della quantità di persone che vi partecipano, come dimostra la ricerca Community Media Research – Questlab per La Stampa, raccontano dell’esistenza di un sostrato partecipativo diffuso. Di un radicamento associativo sui territori e sulle questioni concrete che si è spostato dal piano della partecipazione ideologica a quella pragmatica. In ogni caso, generatrice di valori e di identificazioni.

La graduatoria dell’associazionismo
Un primo aspetto d’interesse proviene dagli ambiti tematici della partecipazione. Le manifestazioni culturali (59,3%) assieme a quelle dello sport (52,1%) risultano collocarsi in cima alle preferenze degli italiani. Se questo secondo ambito d’attività è tradizionalmente quello più frequentato, è interessante sottolineare come il variegato mondo delle iniziative culturali costituisca un polo di attrazione assolutamente significativo. Evidentemente, esiste una domanda diffusa – in senso ampio – di cultura, di approfondimento o anche solo estetica che richiede nuovi percorsi e nuovi approcci. Basti solo rinviare ai successi crescenti delle mostre, piuttosto che al moltiplicarsi delle occasioni dei festival su diversi argomenti. Non molto distanti, incontriamo poi la partecipazione alle iniziative legate ai problemi dell’ambiente e della salute (49,2%), ai mondi del volontariato sociale (49,1%), al territorio o alle città in cui si vive (40,9%): dunque, ambiti d’impegno legati alla valorizzazione o alla difesa del proprio ambiente, alla costruzione di reti di solidarietà. Seppure di altra modalità, tuttavia è interessante osservare come una quota rilevante di cittadini si impegni attivamente in iniziative come le sagre o le feste paesane (44,3%). Attività che negli anni recenti si sono assai diffuse sul territorio e, seppure con valenze diverse, non per questo risultano meno importanti nella costruzione del capitale sociale. Più spesso, infatti, si tratta di iniziative volte a raccogliere fondi per le comunità locali, fino a quelle di rievocazione storico e di recupero delle tradizioni. Se escludiamo quanti partecipano ad associazioni di carattere professionale o di categoria (30,4%), l’ambito della politica in senso generale è quello meno frequentato, benché circa un terzo (35,6%) degli interpellati abbia partecipato a iniziative promosse da partiti o movimenti politici. Ciò non significa che siano militanti, ma cittadini che per interesse personale abbiano assistito ad alcune di queste occasioni.

Il tasso di partecipazione associativa
Solo un decimo degli intervistati (9,1%) dichiara di non aver partecipato ad alcuna iniziativa nell’arco dell’ultimo anno. Quanti restano ai margini di quest’aspetto della vita sociale sono soprattutto la componente femminile (12,5%), le fasce d’età più attive sul lavoro (35-44enni: 15,0%; 45-54enni: 12,8%), i dirigenti e i tecnici (19,4%) e le casalinghe (16,2%). Quindi, le fasce centrali della popolazione più impegnate sul lavoro, le donne e le casalinghe hanno minori occasioni di sperimentare una partecipazione attiva. Se una quota analoga (11,3%) è entrato in contatto con una sola iniziativa, è interessante osservare come siamo in presenza di un fenomeno di partecipazione diffusa e, di conseguenza, meno continuativa nel tempo. Si partecipa molto, ma si aderisce poco. In altri termini, esiste un fenomeno di pendolarismo associativo, dove una parte rilevante della popolazione transita in più luoghi, non necessariamente vicini tematicamente, sulla base di specifiche istanze o interessi. Così, nell’ultimo anno il 32,4% ha frequentato da 2 a 4 iniziative e ben il 47,1% più di 5. Da un lato, la molteplicità dell’offerta associativa e di occasioni spinge le persone a scegliere di volta in volta ciò che attrae o interessa maggiormente. Dall’altro, diventa più difficile catturare l’attenzione e un impegno per lungo tempo, perché le progettualità individuali oggi si fanno più corte e più orientate pragmaticamente.

I profili dei partecipanti
Il fenomeno del pendolarismo associativo, si rispecchia anche nel profilo dei partecipanti. Come già detto circa un decimo degli intervistati non partecipa ad alcun ambito associativo (“assenti”: 9,7%). La quota prevalente (68,5%) ha una partecipazione “occasionale”, ovvero circa 1 volta l’anno. Gli “interessati” (partecipano almeno 2-3 volte l’anno) rappresentano il 21,6%. Infine, i “militanti” (partecipano tutti i mesi) costituiscono una quota largamente marginale (0,8%). Dunque, le associazioni possono contare su bacini sempre più ristretti di persone che stabilmente prestano la loro opera. Per converso, cresce il novero di persone aggregabili su azioni specifiche o su iniziative particolari, sia sotto il profilo tematico che del tempo.

Sono questi i tratti principali delle nuove forme di partecipazione. Il livello di identificazione e di appartenenza esclusivo a una sola associazione (militanti) tende a ridursi, mentre cresce la quota di quanti partecipano attivamente, ma non in modo continuativo (interessati). Più ampio è, poi, il numero di persone che si mobilita, ma sporadicamente (occasionali) e su un numero plurale di occasioni associative. Quindi, la cifra della partecipazione è caratterizzata da una minore appartenenza esclusiva, ma per converso da una partecipazione plurale e con identificazioni parziali.

Ma la partecipazione non ha solo una dimensione simbolica. Questa miriade di iniziative produce anche un valore economico non indifferente. Anche soffermando l’attenzione solo sul versante delle iniziative culturali, basti pensare all’indotto economico che generano le circa 1.200 manifestazioni stimate dei molti festival che si sono sviluppati negli anni recenti lungo lo stivale su diversi temi: dall’economia di Trento, alla filosofia di Modena; dalla musica della Notte della Taranta, ai libri di Pordenonelegge e alla letteratura di Mantova; dal festival della Spiritualità di Torino, a quello Biblico di Vicenza, solo per citare alcuni casi. Ciascuno di questi eventi culturali muove centinaia di migliaia di persone che raggiungono le città ospitanti, generando una domanda di turismo, di ospitalità e di consumi sui territori. Alimentando valore economico e simbolico. Evidenziando una volta di più il volto di un paese che spesso non vediamo o non vogliamo vedere nel complesso delle sue conseguenze. Cultura, turismo, ambienti territoriali, economie locali, costituiscono un mix importante per lo sviluppo del paese. Un’Italia che esprime voglia di partecipazione e una domanda di crescita culturale. Sono dimensioni che non contribuiscono ad alimentare le statistiche del PIL della ricchezza. Ma sono fondamentali per costruire il (futuro) PIL della felicità.

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