Città invisibili
2 Ottobre Ott 2013 0535 02 ottobre 2013

Le città dei ricchi e quelle dei poveri

Le postmetropoli, il simbolo delle disuguaglianze sociali. Gli urbanisti gli artefici, neppure tanto inconsapevoli, della creazione di differenze. Della loro cristallizzazione. La città mai così lontana da un’unità, da una compattezza non soltanto formale. Il centro urbano la summa di agglomerati urbani distinti, perfino autonomi. Certamente, il più delle volte “slegati”. Aldilà delle suddivisioni amministrative. Un centro e sempre più periferie. Insomma una città dei ricchi e molte città dei poveri.
“E’ illusorio pensare che i poteri finanziari disegnino sviluppo. Seguendone le indicazioni, si possono fare molteplici decreti di stabilità e austerità, ma neppure un tentativo di progetto”. Così si conclude l’Introduzione dell’ultimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese, proposta dal Censis. Un cenno chiaro sull’imprescindibilità di programmazione lungimirante. Un riferimento più settorialmente specifico, nel capitolo “Territori e reti”, dedicato nella sua parte centrale alla questione del disegno urbano e della crisi dello spazio pubblico. Due argomenti centrali. Non solo perché significativi di una condizione di difficoltà nelle relazioni tra soggetto e struttura della società, ma anche come campo di lavoro.
Il mutamento delle città è un tema sul quale da sempre si concentrano le attenzioni di architetti e urbanisti. Oltre che di economisti, sociologi, teorici della creatività. Qualche volta addirittura dei politici. L’idea stessa di città, centrale, nel dibattito sul futuro del pianeta.
Le città, intese come insediamenti urbani, sono evidentemente assai dissimili tra loro, variando dai villaggi alle postmetropoli. Ma a dispetto delle differenze e dei condizionamenti di vario tipo al quale sono soggette, sembrano destinate ad aumentare in numero e in estensione sia insediativa che di popolazione. Soprattutto, esse, le “città mondiali” di comando, cioè le sedi privilegiate e interconnesse della urban élite, sembrano destinate a decidere i destini del globo in maniera quasi del tutto indipendente da luoghi e organizzazioni nazionali.
L’Europa sprovvista di queste postmetropoli, considerando che Londra e Parigi, raggiungono a malapena i dodici milioni di abitanti. Fuori le cose cambiano, come si sa. Da Città del Messico a Mumbai, da Shangai a Seul gli esempi non mancano. Ma in compenso cambiano i giudizi. Si diversificano in nome di ottiche differenti. Sviluppo della superficie urbanizzata, rapporto tra “spazio costruito” e “spazio naturale” sono elementi significativi. Costituiscono i termini di questioni sulle quali il confronto è avviato. Anche se non risolto. Le città sono questo, sul piano sostanziale. Verrebbe da dire per quel che riguarda la loro forma fisica. Ma poi esistono anche altre “cose” che fanno le città. Le definiscono. In questo ambito, dell’immaterialità, è innegabile che a contrassegnare le città siano le disuguaglianze generate dall’architettura e dall’urbanistica. Diseguaglianze che vengono travasate nella sfera del sociale. Finendo per divenire strutturali. A queste riflessioni, almeno nella sua interpretazione, è dedicato il nuovo libro di Bernardo Secchi dal significativo titolo Le città dei ricchi e le città dei poveri (Laterza, pp. 90, euro 14,00) con cui egli richiama le dirette responsabilità degli urbanisti.
La paura rompe la solidarietà, fa emergere sistemi di intolleranza e la speculazione separa la popolazione in funzione del reddito, che a sua volta costruirà le proprie gated community o promuoverà per i diversi di razza, di censo o di religione le favelas per poverissimi. La tesi che la nascita di tutto questo sia legata all’idea della “casa di famiglia” come microcosmo da difendere, suffragata da esempi. Tanti e assai differenziati. Da Sud America ad Anversa, sino alla formazione e poi interpretazione delle periferie o alle contraddizioni delle “città diffuse”.
La “città delle disuguaglianze” un tema antico sul quale hanno riflettuto Foucault e Barthes e che ha rappresentato molte delle politiche urbanistiche europee nella fase postbellica. Anche ora, in piena crisi economica, prosegue, anzi in diversi casi risulta accentuato, questo fenomeno.
Al centro, non completamente compreso, almeno non dall’intera comunità degli urbanisti, il progetto di architettura. Nel quale dovrebbero avere uguale dignità lo spazio tra le cose e le cose stesse. Un progetto capace di porsi in relazione con un contesto storico fisico di uso sociale. Un progetto capace di misurarsi con regole comuni e comprensibili, le sole che possono dar valore anche alle eccezioni. La tendenza degli ultimi trent’anni, quella della provvisorietà, della promozione della privatizzazione dello spazio pubblico, della bizzarria senza necessità, guidata da interessi particolari e senza alcun reale rispetto della memoria storica, ha mostrato tutti i suoi limiti.
Per tutti questi motivi l’architettura ha il dovere-necessità di farsi altro. Di abbandonare l’ossessione esclusivamente per la “forma” e per soffermarsi “sul contenuto”. Di recuperare la sua dimensione più antica. Senza peraltro ignorare un confronto continuo con le diverse realtà del pianeta. Un confronto che il mercato impone, quasi drammaticamente. In ogni caso l’Architettura è di Tutti e per questo architetti e urbanisti devono sforzarsi di renderlo possibile. Inseguendo quel che finora è stato soltanto un’utopia, la Città di Tutti.

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