Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
4 Ottobre Ott 2013 1302 04 ottobre 2013

Marco Travaglio e il teatro politico

È stato la mafia: bisogna prenderlo molto sul serio, lo spettacolo di Marco Travaglio.
Non tanto e non solo per il tema che tratta – ossia l’oscura, complicata, violenta, angosciante trattativa Stato-Mafia – ma proprio perché è un lavoro che consente non poche riflessioni squisitamente teatrali.
Lo spettacolo è in scena alla Sala Umberto, storico spazio romano dal passato illustre.
Erano anni che non ci andavo. Arrivando ho trovato due sorprese: intanto una caffetteria comoda, accogliente, simpatica (come non sono mai o quasi i bar dei teatri italiani).
Poi una ressa: tanta, ma tanta gente, ordinatamente in fila alle due casse, per pagare (!) il biglietto. Una bella novità: nel momento di grande crisi, nel momento in cui si registrano cali di affluenze per gli eventi scenici, qua c’è la coda di spettatori paganti. In più, ed è un dato da non sottovalutare: era un pubblico non di addetti ai lavori, non di teatranti-che-guardano-teatranti, non di nicchia, né di omaggiati. Insomma: non conoscevo nessuno o quasi. Capita spesso, infatti, che a certi spettacoli ci si conosca tutti: e sono abbracci, battute, baci sulle guance, commentini acidi, sorrisi e frecciate all’indirizzo di questo e quello.
Alla Sala Umberto, invece, era pubblico, semplicemente pubblico (come peraltro avviene anche in tanti teatri d’Italia).
Si dirà: ma questo non è il pubblico del teatro! Questa è Tv applicata!
Forse è vero, ma vediamo, proviamo a ragionarci.
Marco Travaglio, nella sua sublime antipatia, non è certo un attore di professione: è un raffinato, implacabile, arguto, maledetto giornalista. Mezza Italia non lo sopporta, l’altra lo adora, indipendentemente dal colore politico.
Allora, un primo dubbio, una sensazione che ho avuto, è che quel pubblico genuino, fosse comunque un “pubblico preventivo”, ossia un pubblico che non solo già conosceva bene Travaglio (e questo è facile) ma che fosse già d’accordo con lui. Un pubblico che cercava una (auto)conferma: nella “risata preventiva”, nel riconoscimento dei meccanismi comunicativi noti del giornalista (la notizia, la freddura seguente, il sorriso di scherno o di incredula ironia, etc).
Dunque, un pubblico che ritrova se stesso attraverso una dinamica consolidata – peraltro riscontrabile da tempo anche per altri protagonisti della vita televisiva, dal Costanzo Show a Benigni fino ai comici d’oggi.
È un male? Noi critici snob dovremmo storcere il naso. Però non possiamo non registrare questo innegabile consenso.
E continuiamo. Lo spettacolo ha un impianto minimo, dal punto di vista teatrale, una regia (di Stefania De Santis) trattenuta, spoglia, eppure è efficace.
Sono in tre: oltre al giornalista, ecco, ad aprire, Isabella Ferrari, come sempre bella ed elegante, cui è affidata la lettura di testi “sacri”, e di rara forza, di Gaber, Pasolini, Pertini e Calamandrei (che appaiono in effige anche in finti manifesti elettorali). Ad alternare, e colorare, l’impianto, c’è anche il violino e l’elettronica di Valentino Corvino, che live stacca, accompagna, sottolinea. Due poltrone, un leggio, ed è tutto.
Poi ci sono le parole. Un fiume di parole: date, fatti, citazioni.
Travaglio, ovviamente, è tendenzioso (come potrebbe essere altrimenti?) ma mette in linea, in una sequenza incalzante, la storia recente d’Italia, tessendo le fila di una rete che a prima vista potrebbe sembrare inestricabile. Si muove nel labirinto: fa luce, fa strada. Accende piccoli lumini nel buio cosmico in cui siamo, perennemente, calati.
Lo fa, consentitemi l’ossimoro, con distaccata verve: con passione trattenuta, insomma.
Non è una lezione, la sua, né un’orazione. Ha il ritmo di un racconto noir, di un giallo cui applica, sapientemente, in un alternarsi di entrate e uscite (intervallato com’è dalla Ferrari e dalla musica), quasi una tecnica da telenovela, un racconto “a puntate” che tiene con il fiato sospeso l’ascoltatore. Ma lui, Travaglio, non è “in parte”, semplicemente opera una brechtiana ricostruzione del racconto, da “testimone”. Mostra, narra, dice: e al tempo stesso, nella sua invidiabile supponenza, smaschera, denuda, giudica. Quasi un Karl Kraus d’oggi, Travaglio non risparmia nessuno: mostra la politica italiana nel suo torbido divenire, facendo nomi e cognomi. Allora, e questo è interessante, si attiva anche un livello più alto di “riconoscimento”: non è solo quello del meccanismo tv, ma quello della memoria di ciascuno che attiva sinapsi, ricorda, riconnette: “Ah è vero” si sentiva qua e là, mormorare in platea; oppure “Ah già, io c’ero, adesso me lo ricordo”.
È il superamento delle “armi di distrazione di massa” di cui siamo vittime.
È, insomma, allora e sempre, il vecchio teatro: un teatro possibile, nonostante tutto, come luogo di memoria collettiva, d’incontro, di democrazia discorsiva.
Non è un caso, secondo me, che Travaglio (e come lui altri, anche troppi: ormai divampa la moda dei giornalisti-mattatori, e già non se ne può più) decidano di usare il teatro come spazio di confronto diretto, di comunicazione immediata e vera con il pubblico. Non gli mancano certo gli strumenti, tra tv e giornali, ma solo nella vecchia Sala Umberto, solo sulle tavole del palcoscenico, Travaglio trova una comunicazione reale, diretta, col pubblico.
Cresce allora quella sensazione, curiosa, che l’altra sera stavamo assistendo non alla replica live di una trasmissione televisiva ma a un vero teatro politico, magari in versione 2.0. E se fosse così?

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook