Giulia Valsecchi
Cineteatrora
5 Ottobre Ott 2013 1427 05 ottobre 2013

Quella malalingua di Tony Pagoda

Un colpo d’anche che sembra prendere la mira, una seduzione goffa nascosta sotto una parrucca rosso lucido che scimmiotta i lucori appiccicosi dei parvenu. Tony Pagoda è un volto uscito dalla penna sofisticata di Paolo Sorrentino, che nel romanzo Hanno tutti ragione ne fa il fuoco di fila di un sottofilosofo, una carne abbondante di allucinazioni da cocainomane e la metafora, forse troppo azzardata linguisticamente, di un Faust partenopeo.
Se infatti la tradizione scenica e letteraria annoverano decine di esempi di personaggi che abitano i bassifondi della società, ma ne oltrepassano l’orrore con un verbo forbito e un pensiero elevato, tuttavia, proprio lo strappo inevitabile dalla pagina che sfida e complotta con l’immaginazione alla convenzione drammaturgica di relazione diretta col pubblico comandano più severità riguardo a ciò che è credibile o non lo è affatto.
La poliedricità divertita e sempre piacevolmente ironica di un’attrice come Iaia Forte, che ha scelto di impersonare Tony Pagoda in un monologo breve di atti e canzoni, mosse e grida, camminate e balletti è un tentativo che funziona nell’emisfero di un racconto che vomita egocentrismo e solitudine del cantante dall’entrata “giaguara”, quello sempre “fradicio” di se stesso e cafone nello sniffare come nel possedere le donne in un’orgia che lo vede presto derubato e beffato.
Vale a dire che proprio la lingua estrapolata dal romanzo diventa teatrale ogni volta che scaturisce dalle azioni, mentre scorre troppo alta e virtuosistica nelle massime che Tony P sciorina sul sapore di nostalgia degli applausi o un sogno da redenzione. Iaia Forte calza i panni di una star napoletana approdata nella Grande Mela per esibirsi davanti a Frank Sinatra, ed è particolarmente efficace quando si piega in smorfie di entusiasmo o enfasi da esibizione, quando descrive la lentezza da eroinomane di The voice e, tra uno sbuffo e l’altro di sigaretta, sventola fiero la fama di neomelodico al top.
I suoi stivali esagerati come i lustrini e la voce che si spacca sulle note alte o le mani allungate a palpare l’ennesima della lista di sedotte e abbandonate ne fanno un ritratto pieno di umorismo nero e radici ben ancorate al ventre di una vita estrema e insoddisfacente. Uno stereotipo abile a contraddirsi proprio nella gabbia di una lingua agonistica e certamente attraente, pur se stonata in alcune volute che fremono per tradursi in regia e giustificazione drammatica.
Nel buio sfila sullo sfondo il nome di Tony cucito da luci di camerino e un microfono da frontman. La morbidezza della voce di Iaia Forte sa provarsi su più livelli proprio per non smentire mai trionfo e brutture di un’anima che ha il pregio di aver affidato alla scena la propria compressione rispetto a un mondo adulto “repertorio infinito di pene e distruzioni”. Tony Pagoda mostra i segni fisici e sentimentali di una stanchezza che divide il mondo tra chi ancora crede nel favoloso e chi lo attraversa comodamente, cosciente del suo obbrobrio. Filosofeggiare significa riflettersi in uno specchio che come la coca assottiglia tutto e continuare a bramare quella libertà che fa dire di no.
Illudersi non serve, ma prima di gettarsi a capofitto negli abissi per poi risalire e spaccare il cuore anche del più incattivito serial killer con una melodia struggente, bisogna guardare dritto negli occhi qualche scampolo di memoria. Là si nascondono i primi tradimenti, quando la famiglia riunita prometteva felicità e unione per sempre. Tony è ferito da una delusione infantile, la sua spocchia volgare, che fa il paio con i sermoni raffinati, consolida una corazza contagiata dalle urla del pubblico e gli fa ammettere che, ormai, qualsiasi pulsione sessuale nei confronti della moglie lagnosa si riduce a un’appendice scocciante.
Quella malalingua che condanna tutto e tutti, che distorce e mette alla berlina, che riconosce l’odore del mondo dalla sua inconsistenza fa di Tony lo spartito di una potenziale riscrittura che, sempre nella cifra più congeniale a Iaia Forte, ne farebbe ancor più lievitare l’incrocio umano di delirio sentenzioso e debole carnalità.

Fino al 7 ottobre 2013 - Teatro i, Milano

HANNO TUTTI RAGIONE

tratto dal testo di Paolo Sorrentino (ed. Feltrinelli)

con Iaia Forte

musiche di Pasquale Catalano eseguite da Fabrizio Romano
scene Equipe di Scena/Napoli - elementi scenici Katia Titolo
aiuto regia Carlotta Corradi
disegno luci Paolo Meglio
foto di scena Rocco Talucci


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