Massimo Sorci
Attentialcane
6 Ottobre Ott 2013 1337 06 ottobre 2013

Le stelle gemelle del Gottero e di Torre Maggiore

Fossi ancora in Umbria direi: l’Appennino è Monte Torre Maggiore. Avete presente la storia delle “radici”? Beh, ognuno ha le sue. Torre Maggiore è l’Appennino perché, anche se non appartiene alla spina dorsale vera e propria che passa più a est, sta a una manata, in linea d’aria, da dove abitavo prima di trasferirmi in Liguria. E’ la cima più alta (o meno bassa, se preferite) dei Martani, una catena dal nome roboante, ma dal profilo pacifico.

Qua in Liguria la mia montagna di riferimento è – invece – il Monte Gottero, in Val di Vara. Anche il Gottero è l'Appennino. Perché ha la giusta dose di selvaggio senza però darlo troppo a vedere. Perché non se la tira da performante. Perché, quando ci sei sopra e guardi giù, pare foderato di uno di quei preziosi velluti rinascimentali e a primavera ha centinaia di tonalità di verde.



Se volete andarci vi consiglio di prenderlo dal Passo di Cento Croci, con lentezza. Lasciate l’auto, calzate gli scarponi ed entrate in un’abetaia piuttosto cupa, che pare di stare nella Foresta Nera. La fustaia è un plotone livido di mercenari piantati lì con la sposa chissà dove. Marziali, austeri e smarriti. Con la disperazione dei senza patria. Un brivido vi corre dalla base del collo giù fino ai lombi.

Dopo un quarto d’ora però tutto si accomoda. Il sentiero – un tratto dell’Alta Via dei Monti Liguri – vi sputa su una strada pianeggiante e vi porta al Passo della Cappelletta. Il verticale di quel bosco senza radici viene sostituito dall'abbraccio materno dell’Appennino. Il paesaggio – infatti – in quel punto si allarga per benino e onde verdi prendono ad increspare l'orizzonte. Fino a che non ve lo trovate di fronte, il Gottero. All’improvviso, dietro una curva, lo vedete sullo sfondo, adagiato come una bestia al pascolo.



Dopo gli impianti eolici della Cappelletta la salita inizia a mordere. Qualche ginepro ispido, ancora conifere un po’ polverose e, finalmente, si arriva alla faggeta. Bella e pulita. Faggi vecchi dai tronchi screziati e piante più giovani dal fusto elegante, quasi elastico. Lo storico e geografo Strabone, che ha viaggiato parecchio, è stato anche da queste parti e ha scritto che “vi è foltissima la materia per fabbricar navi”. E infatti il Gottero e la Val di Vara fornivano legname alla Repubblica di Genova per fabbricare un sacco di cose, non soltanto barche.

Il sentiero zigzaga nell’ombra fresca e arriva, salendo ora più dolcemente fino a 1.250 metri, al Passo del Lupo. Il lupo, come il faggio, è un bell’indicatore di appenninità. Il Passo è un posto favoloso. Da Libro della giungla. Hai come la sensazione, appena ci sei, che la sera precedente si sia svolta proprio lì dove di giorno il sole filtra a malapena, una riunione particolarmente affollata tra i notabili del branco e Akela sia stato costretto ad abbandonare Mowgli all’abbraccio della foresta. La presenza del lupo in questa zona non è una favola, però. Gli abitanti lo hanno avvistato, i pastori lo temono, i naturalisti vorrebbero incontrarlo almeno una volta nella vita.



Bene. Lasciato il passo, arriva finalmente il crinale. Qua gli alberi diventano più bassi e hanno tronchi un po’ contorti e sagomati dal vento. La prima volta che ci sono stato, ricordo che il tratto finale del crestone erboso era completamente avvolto dalle nuvole basse. Non è inusuale da queste parti, vista la vicinanza del mare. Quando l’aria è limpida – invece – si vede un bel panorama di pascoli e castagni da lassù. L’orizzonte abbraccia la chiostra dei fratelli liguri, dal Monte Zatta, alle cui pendici nasce il fiume Vara, al Penna e all’Aiona; ma si vedono pure gli Appennini tosco-emiliani e le Apuane e, se si è fortunati, le Alpi lombarde. Alcuni hanno riconosciuto, nelle giornate particolarmente fortunate, addirittura i rilievi trentini, ma non saprei.

Poi si scende. E io preferisco di solito non percorrere la stessa strada che ho fatto in salita, per l'attrazione – credo comune – per i sentieri ad anello. Proseguo dall’altro versante e, dopo una radura circolare tra i faggi, vado giù a rotta di collo tra bosco e sfasciume di sassi. La traccia è grattata dalle piogge autunnali e le radici degli alberi – quelli immediatamente intorno al percorso – stanno aggrappate al terreno con le dita legnose a vista. Mentre calo giù, qualche volta mi sorprendo a ruminare su provenienze, attaccamenti al suolo, sì insomma, le fantasmagoriche “radici”. Perché ok, il Gottero non è Torre Maggiore e lassù non vagano i fantasmi degli antichi Umbri, ma ormai è un po’ la mia montagna.

Naturalmente non so valutare quanto la coscienza della propria razza possa aiutare le ginocchia nella discesa, ma alla fine del ripido sentiero si arriva alla Foce dei Tre Confini che un tempo segnava il limite tra tre stati: il Regno di Sardegna, il Granducato di Toscana e il Ducato di Parma. Ci sono vecchi cippi di pietra ben levigata dal tempo a ricordarlo. Vari cartelli in legno indicano le diverse direzioni. Se si vuole tornare al punto da cui si è partiti non resta altro da fare che prendere un sentiero che, proseguendo nel bosco e scavalcando il torrente Gottero (uno dei tanti rivi che si tuffano nel Vara), riporta senza fatica al Passo della Cappelletta. E di lì a casa.

C’è un monaco toscano del XIII secolo – tal Restoro D'Arezzo – che disse che ogni montagna ha una traccia nell'Universo. I monti sarebbero venuti su grazie alla forza d'attrazione delle stelle: quelle più luminose hanno dato origine alle montagne più alte e quelle più fioche hanno increspato la superficie della terra in maniera meno decisa. Insomma, secondo Restoro, ogni catena avrebbe su in cielo una specie di orma celeste, una matrice seminale visibile nelle notti senza luna.

Ecco, nella mia personale cosmologia il Monte Gottero e Torre Maggiore sono stelle gemelle. Per massa, temperatura, composizione chimica ed età. E non ci crederete, ma sono stelle piene di faggi e di lupi. Ve lo giuro.

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