Una figlia come te
7 Ottobre Ott 2013 1258 07 ottobre 2013

Di Lampedusa, precari e appalti sulle disgrazie

La tragedia di Lampedusa, anzi la strage - visto che dietro c'è una volontà criminale e non la semplice casualità - ha scatenato due reazioni. Da un lato i solidali, buonisti secondo alcuni, quelli del "li dobbiamo aiutare", "cosa possiamo fare", "ci dobbiamo tutti vergognare". Dall'altro i realisti, cinici per certi versi, quelli in cui la pietà non ha sopraffatto il pur legittimo sentimento di preoccupazione verso le proprie difficoltà quotidiane di sfruttati, precari o peggio ancora disoccupati.

Mi è capitato di leggere su Twitter e Facebook commenti forse all'apparenza facilmente condivisibili. "Perché ora pagheremo l'assistenza ai reduci di Lampedusa, quando lo Stato italiano taglia ogni giorno sulle spese sociali dei suoi cittadini?"; e ancora "E' lutto nazionale per Lampedusa, ma per i giovani senza lavoro nessuno fa niente. Dove sta la democrazia?".

Io non so dare torto a questi malumori alla base dei quali, mi sembra palese, ci sia rabbia sociale. Quella stessa rabbia per un'ingiustizia che alcuni vedono rivolta verso persone più deboli, rifugiati e profughi di guerra, mentre altri verso se stessi, come cittadini dimenticati da uno Stato che pare solidale con tutti tranne che con i propri figli. Perché devo aiutare i superstiti di Lampedusa, si chiede metà Italia, se io non ricevo aiuto da nessuno?

C'è qualcosa, però, che anche io stessa non vorrei dimenticare. "Aiutare" - un verbo che nell'Italia di oggi si confonde spesso con "guadagnare" oppure "essere più stupido degli altri" - presuppone in qualche modo il privarsi di qualcosa per donarlo agli altri. Che sia denaro, tempo, abiti dismessi o spazio pubblicitario gratuito su un sito internet. Che sia anche qualcosa di cui noi abbiamo bisogno: assistenza sociale, per esempio. La vorrei per noi mamme lavoratrici, la vorrei per i disabili e per gli anziani soli e in difficoltà.

Ma di fronte a Lampedusa non mi sento meno furba a dire che stavolta questa assistenza la vorrei donare a loro, che io mi arrangio: perché nella guerra tra poveri stavolta - per fortuna - io ho perso.

Senza scomodare sentimenti di carità cristiana che sono, giustamente, soggettivi si può riflettere anche sul fatto che i profughi di Lampedusa scappano da territori (guerre?) che noi cittadini, con le odiate tasse e gli inutili sacrifici, monitoriamo (foraggiamo?).

Appena venerdì scorso, il giorno dopo la strage, il Consiglio dei ministri ha stanziato più di 200 milioni di euro per le missioni in Afghanistan, Libano, Balcani. Tra queste per la "partecipazione di personale militare alla missione nel Mediterraneo denominata Active Endeavour" pagheremo 5.090.340 euro. Altri 3.689.030 euro andranno a "iniziative" nel Corno d'Africa e nell'Oceano Indiano occidentale; 2.547.405 euro in Libia.

Allora, mi chiedo, noi riconosciamo la fragilità sociale di queste aree del Pianeta ma non la disperazione di chi quelle terre si trova costretto a lasciarle?

Pensando sempre al (vile) denaro mi viene da fare un'ultima considerazione. Dopo il terremoto de L'Aquila c'è stato chi ha avuto il coraggio di ridere di quello che poi è stato chiamato il "business della ricostruzione". E allora le vittime erano italiane.

Per l'assistenza ai superstiti di Lampedusa si parla già di 35 euro a persona al giorno, che solo per 155 in partenza per Roma fanno 162.750 euro al mese, 1.953.000 in un anno. Organizzare i funerali delle (ad oggi) 211 vittime accertate - al costo medio di 5 mila euro - fa 1.055.000 euro. In generale una bella torta da spartire per cooperative e albergatori senza scrupoli.

Proprio un anno fa (la data è del 15 ottobre 2012) l'Espresso pubblicava un'inchiesta sui fondi dello Stato per l'emergenza: nel 2012 furono stanziati 495 milioni per accoglienza, tendopoli, rimborsi agli uffici di coordinamento ma di queste risorse, secondo i giornalisti che hanno indagato, si sarebbe persa ogni traccia.

Ecco, che i nostri soldi non siano spesi senza controllo: questo dobbiamo chiedere.

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