A urne chiuse
11 Ottobre Ott 2013 1905 11 ottobre 2013

Il M5S, la destra e il senno di poi

I fatti sono noti: l’altro ieri la Commissione giustizia del Senato ha approvato un emendamento proposto da due «portavoce» del Movimento 5 stelle, Maurizio Buccarella e Andrea Cioffi, che modifica la legge Bossi-Fini cancellando il cosiddetto reato di clandestinità. A poche ore di distanza, la diarchia del Movimento – ovvero la coppia Beppe Grillo-Gianroberto Casaleggio – ha pubblicato una chiosa sul blog dell’ex comico genovese:

La loro posizione [di Buccarella e Cioffi, ndr] espressa in commissione Giustizia è del tutto personale. Non è stata discussa in assemblea con gli altri senatori del M5S, non faceva parte del Programma votato da otto milioni e mezzo di elettori, non è mai stata sottoposta ad alcuna verifica formale all’interno.
Se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità, presente in Paesi molto più civili del nostro, come la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico.

Buccarella – che pure aveva dichiarato «siamo orgogliosi di aver eliminato il reato di immigrazione clandestina» – e Cioffi hanno dovuto fare una sostanziale marcia indietro, nonostante la levata di scudi di molti parlamentari grillini a difesa delle loro azioni. Il motivo, detto in maniera diretta e a scanso di equivoci, è che nel partito è Grillo a farla da padrone. È così da sempre, e le varie espulsioni di parlamentari degli ultimi mesi hanno rafforzato il concetto.

Nelle ultime ore la presa di posizione del guru di Nervi ha dato la stura a una serie di riflessioni sul suo Movimento. C’è chi, come Elisabetta Gualmini sulla Stampa di oggi, fa notare che «non c’è proprio niente di nuovo nella scomunica a firma doppia di Grillo e Casaleggio ai due (ingenui) cittadini-senatori Buccarella e Cioffi [...]. È almeno dal 2006 [...] che Grillo non si discosta di una virgola dalla stessa posizione su immigrazione e dintorni». Altri – come Tommaso Labate (Corriere) – si limitano a commenti che puntano il dito sul posizionamento a destra dei grillini.

Tra le tante reazioni, però, saltano naturalmente agli occhi alcuni strali lanciati con nonchalance da parte di personaggi del sottobosco del Partito democratico per cui fino a ieri col M5S si poteva (anzi, si sarebbe potuto) fare un «governo del cambiamento». Mi riferisco ovviamente ai più strenui sostenitori di Pippo Civati, primo teorico della porta aperta al Movimento per supposte affinità elettive dovute alla provenienza politica dei voti grillini. Scriveva Civati lo scorso marzo, ad esempio:

Vorrei capire perché sarebbe meglio chiedere il voto di Silvio Berlusconi e non quello di un ragioniere di Arcore. Oppure quello di Umberto Bossi [...] rispetto a quello di una maestra di Gallarate. Oppure ancora fare un’alleanza con chi ha coltivato alleanze di destra [...] per vent’anni [...].

E, come sa chi segue il divertente circo della politica italiana, di citazioni simili se ne trovano a decine, nel periodo post-elezioni. Non è soltanto Civati, quindi: un nutrito gruppo di Dem, al grido dalemiano di «costole della sinistra», mesi fa ha eletto il Movimento 5 stelle a forza politica intrinsecamente “di sinistra”, al punto che – fermo restando che “tutto è meglio di Berlusconi – la vera occasione persa dal PD, secondo questa corrente di pensiero, è non aver fatto la giusta offerta a Grillo, non aver votato Rodotà, aver preferito il centrodestra.

Come questa narrazione possa oggi combaciare con i post vagamente gasparriani di Beppe Grillo, non è dato sapere. Chi si aspettava dietrofront, ammissioni di errori o semplici correzioni può continuare ad aspettare. Nel frattempo – col senno di poi – il guru dei 5 stelle e il suo Movimento non piacciono più a nessuno. E – forse perché cospargersi il capo di cenere ultimamente è diventato un po’ di destra – meglio fare finta di niente.

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