Daniele Marini
Palomar
12 Ottobre Ott 2013 0734 12 ottobre 2013

Una nuova REAL politic

È ormai con un mix di sentimenti che seguiamo le fibrillazioni quotidiane della politica: oscilliamo dall’incredulo e dallo sgomento (per certe scene che si vedono nelle sedi istituzionali), passando per il sarcastico e il paradossale (di fronte a cambiamenti repentini di opinione), per giungere alla disillusione e alla frustrazione (per l’incapacità autoriformatrice). In più, dopo la fiducia all’esecutivo guidato da Letta, si è diffusa – ancora una volta, fra l’ironico e il preoccupato – l’idea di un ritorno (rivincita?) della “democristianità”, declinata nel senso più deteriore del termine: la politica dei piccoli passi, dei compromessi, dei rinvii delle decisioni importanti… Per alcuni riemerge lo spettro del “moriremo democristiani”. Così, diventa rassicurante incasellare l’affermarsi dei due leaders, Letta e Alfano, come una sorta di ritorno della “democristianità” nell’epoca (ancora incerta) in cui Berlusconi è costretto a fare un passo laterale, se non indietro. Per non dire dell’altra figura di spicco del panorama politico, Renzi, la cui immagine politica lo differenzia dagli altri due, ma non le origini culturali.
Tuttavia, una volta ogni tanto, converrebbe provare a osservare con un po’ di distacco il travaglio interiore delle diverse formazioni politiche e cercare di scorgere i cambiamenti più profondi che sono sottesi. E che, forse, ci aiutano a comprendere le direzioni che il sistema politico sta (consapevolmente?) intraprendendo. In altri termini, sbaglieremmo a considerare quanto sta accadendo con le lenti del passato. A maggior ragione perché nessuno, oggi, è in grado di prefigurare gli scenari politici del futuro prossimo. È ancora troppo recente lo scossone in seno al PdL, dopo il controverso voto alla fiducia al Governo Letta, per capire cosa sarà degli equilibri all’interno del centro-destra. E, d’altro canto, non è ancora dato conoscere cosa avverrà nel campo del PD con le prossime primarie. Cosa ne sarà del M5S nel medio periodo, teso fra spinte centrifughe di singoli esponenti e il centralismo leadersitico, è ancora da scrivere. Tutto risulta molto fluido.
Eppure, la sensazione che qualcosa di nuovo stia accadendo nell’agone politico, con l’accantonamento (momentaneo?) della figura che per vent’anni ha – nel bene e nel male – polarizzato (e sostanzialmente bloccato) la discussione pubblica, oltre ai processi di riforma delle istituzioni, è forte. Ed è qualcosa di più radicale rispetto alle alleanze o alle formazioni politiche che sorgeranno. È una sorta di onda lunga che origina nelle trasformazioni culturali di cui gli attuali “giovani” leader protagonisti sono interpreti. Come se, dopo un ventennio di blocco, si fosse finalmente aperto un pertugio nel muro delle contrapposizioni ideologiche. I fatti recenti offrono alcuni spunti interessanti per individuare questi elementi di novità nella cultura politica:
1. C’è un primo tratto evidentemente generazionale che caratterizza Letta, Alfano, Renzi e i loro sodali. Hanno meno di 50 anni, ma non è solo l’aspetto anagrafico ad essere importante. Piuttosto è legato alle culture generazionali: sono stati socializzati alla politica nella fase in cui questa dimensione era sì importante, ma assieme ad altre della vita. La famiglia, il tempo libero, la cultura, le amicizie: la politica è vissuta come elemento importante, ma non fagocitante degli altri aspetti. Le relazioni personali sono importanti al pari di (se non di più) di quelle della politica.
2. Ne consegue un secondo aspetto: una visione ideale, ma nello stesso tempo pragmatica della politica. Ovvero, esiste un universo di valori di riferimento diverso per orientamento culturale, perché la prospettiva liberale e quella riformatrice hanno sicuramente accenti diversi. Ma è l’approccio a essere differente: pragmatico, meno ideologico e poco disponibile allo scontro cieco, tipico del muro contro muro, del tifo da stadio che ha caratterizzato il dibattito pubblico. Ci sono punti di vista diversi, e non viene meno la lotta politica, ma sempre all’interno di un confronto civile e rispettoso. L’importante non è la provenienza politica, ma il merito delle idee e dei progetti.
3. Simili orientamenti sono possibili perché esiste un’idea di “bene comune” che costringe gli interlocutori a comprendere che, se necessario (com’è stato nel caso delle elezioni nazionali ultime e l’avvio delle larghe intese), esiste un’istanza superiore (la crisi) di fronte alla quale le parti devono trovare i punti in comune, più che quelli che li differenziano. Anche se ciò costringe a contenere le aspettative. Prevale il realismo, senza per questo cadere nel relativismo.
4. Le istituzioni sono un valore e, proprio per questo, vanno maneggiate con cura e rispetto. A maggior ragione in una fase così critica per l’economia e la società italiana che non vuole lo sfascio, ma progetti percorribili. Le relazioni strette con il Presidente Napolitano ne sono un indicatore esplicito. Dopo i partiti personali e i leader carismatici, l’accento viene posto su figure di leader che danno importanza all’idea di collegialità, senza farsi irretire però da veti incrociati.
5. L’importanza assegnata alla UE come cornice dell’azione politica, perché è il nostro nuovo spazio domestico. Perché nel mondo globalizzato le relazioni internazionali sono una risorsa fondamentale e bisogna saperle gestire con autorevolezza.
A ben vedere, si tratta di orientamenti che trovano una significativa diffusione presso la popolazione. Come dimostrano gli esiti di alcune rilevazioni recenti (Community Media Research-Questlab per La Stampa), la popolazione vuole una classe dirigente che abbia visione strategica e capacità di affrontare i problemi (35,3%) e che, nel contempo, abbia senso morale, legalità ed eticità nei comportamenti (33,6%). Circa un quarto (23,3%) non si colloca più nello spazio politico e non si riconosce nei tradizionali schieramenti. E quasi i due terzi fra questi (58,9%) cerca categorie politiche diverse, perché destra/centro/sinistra non gli dicono più nulla.
La fase politica che si è aperta non è un ritorno alla democristianità, ma potrebbe (il condizionale è d’obbligo) dare avvio a una dis-continuità: una traduzione politica innovativa di alcuni valori fondativi tradizionali e l’elaborazione di nuovi. Potrebbe essere il momento di una REAL politic (Renzi, Alfano, Letta), capace di interpretare altri schemi di gioco politico, con visioni diverse dalle precedenti. Sono abbagli, illusioni? Solo il futuro prossimo lo dirà. Ma questo sarà il banco di prova per dare risposte a una domanda di politica che aspetta risposte da troppo tempo. Vale la pena fare un’apertura di credito. Per il futuro del Paese.

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