Cosimo Pacciani
La City dei Tartari
13 Ottobre Ott 2013 0056 12 ottobre 2013

Duetti Londinesi 1 - La vedova e l’ammiraglio

Duetti londinesi - La vedova e l’ammiraglio

Esisteva un tempo, neanche troppo lontano, nel quale l’ignoto era una coscienza perenne nella testa delle persone. Le porte di mondi oscuri e lontani si aprivano, dai porti delle citta’, da dove partivano navi mercantili, da guerra, per affrontare viaggi pericolosi, insicuri e in terre narrate sui pamphlet dell’epoca come abitate da mostri e da creature selvagge. Il pianeta era, siccome in gran parte da esplorare, un luogo fantastico, nel quale le fate ed i fuochi fatui scintillavano la loro presenza nel sottobosco del Surrey e dove le acque nere dell’Oceano nascondevano terre e ricchezze inenarrabili. Difficile immaginarsele quelle tenebre fredde ed ostili, dalla campagna ridente attorno a Merton, quella che e’ ora una conurbazione borghese di Londra. Ma all’inizio del diciannovesimo secolo tutta la zona di Wimbledon era bosco e prato, giardini di famiglie nobiliari e campi di grano. A perdita d’occhio, verso i Downs e verso il Canale. Sulla collina del Common, diceva la leggenda, Giulio Cesare aveva ammirato la vista del Tamigi e della sua valle, un’alcova naturale per una citta’ strategicamente importante, per i Romani e, via via, per il mondo.

Nel 1802, Merton era una terra di nobili, mercanti agiati e capitani dell’esercito inglese, dove ritirarsi dopo aver combattuto guerre, e che guerre, soprattutto quelle napoleoniche, di successione, che avevano infiammato l’Europa per quasi un secolo. Nelson, proprio lui, il grandissimo comandante della flotta inglese, ormai anziano, senza un braccio ed un occhio, persi nella battaglia del Nilo, aveva comprato una casa nei dintorni dell’Abbazia di Merton ed ogni domenica si recava alla messa nella chiesetta di Saint Mary, secondo il Doomsday book, il catasto dei primi re inglesi, fondata intorno all’anno mille. Camminava, magari con fatica, con i suoi abiti civili, il grandissimo ammiraglio, colui che era riuscito a fermare Napoleone in varie occasioni, usando tutte le tecniche sporche, da guerriglia e da pirata navale. Quel signore tranquillo, ormai, menomato, fu l’uomo che salvo’ il regno di Inghilterra dalle mire espansioniste della rivoluzione e di Napoleone. Probabilmente, mentre entrava in chiesa, tutti lo guardavano, ne interrogavano ogni gesto, ogni piccola parvenza di irrequietezza o di noia. Ma Nelson, in realta’, era appagato, con la sua manciata di titoli imperiali ed un marchesato di Bronte, la cittadina siciliana famosa per i suoi pistacchi, un’elargizione del Re del Regno delle Due Sicilie, come riconoscenza a Nelson ed agli inglesi. Ma, si sa, la nobilita’ passa e gli acciacchi restano e il grande commodoro di tutti i mari voleva mitigare quella vita pericolosa, quegli anni gloriosi e godersi la campagna, gli alberi di noci, le ciliegie e le stagioni dolci del Sud Est inglese. Una specie di antinomia di una vita passata sui ponti delle navi.

Arrivato da poco a Merton, Nelson comincio’ a notare una signora anziana, o, forse, invecchiata troppo in fretta da qualche evento terribile, ma da uno sguardo fermo e dignitoso. Il cappellano gli disse subito di chi si trattasse. Era Elisabeth Cook, moglie del famossimo capitano James Cook, che tantissimo lustro aveva dato all’Impero inglese, scoprendo nuove terre, lontanissime, abitate da giganti e dove crescono alberi che producono oro. Purtroppo il grandissimo viaggiatore era morto almeno venti anni prima, ucciso dagli abitanti delle isole Hawaii e, probabilmente, passarono anni prima che la notizia giungesse a Londra, dove la moglie lo aspettava. Forse lo aveva sentito, la signora Cook, nella sua casa nel verde, nella frescura, che qualcosa non andava, che pensieri di amore tornavano ora indietro, come se non ci fosse piu ‘ un destinatario. E, probabilmente, ogni volta che l’ammiraglio entrava nella chiesetta e si sedeva sulla sua panca di famiglia, la signora Cook sentiva riaprirsi una ferita, quel dolore che si porto’ indietro per 56 anni prima di morire. 56 anni di paziente abbandono alla morte, al ritorno dal suo amato, il cui corpo era stato preso in ostaggio dagli indigeni, come se fosse stato quello di un semideo, ed onorato come un feticcio.

L’ammiraglio e la vedova del capitano coraggioso probabilmente ogni tanto avranno anche parlato, a ridosso della chiesa millenaria, o in qualche ricevimento dei nobili locali, verso Tooting, lungo i canali ricolmi di acque innocenti e placide, ben lontane da quelle degli oceani, nere e profonde, e del mediterraneo ribollente di sangue e di corpi di marinai. I loro discorsi sul ritorno di Napoleone, di altre guerre, di tutte quelle dispute sulla terra, sul controllo delle rotte mercantili, sulla ricerca di materiali preziosi, spezie e vegetali ed animali ignoti. Prima di tutto, prima della comunicazione, della telefonia, del wi-fi, l’uomo si spostava sul pianeta solo con il suo coraggio ed un salvacondotto da parte di qualche regnante che, magari, durante il viaggio moriva o veniva detronizzato.

Come in un romanzo di Dickens, il partire era un rinunciare a tutte le caratteristiche di un mondo povero, o piccolo borghese che stava gia’ nascendo, ma corrispondeva a quella voglia di esplorazione, di nuovo, di cambiamento che appartiene ad alcuni di noi, reminiscenza dei nostri passati di animali migratori, nomadi. Desiderio di nuovo, di sentire il vento freddo sui capelli, mentre marinai anziani scatarrano ma, anche loro, non saprebbero piu’ come fare senza quell’emozione delle vele che si tendono, della nave che scivola lungo le correnti e, lentamente, ridefinisce il mondo. Elisabeth Cook non sapeva tutto questo, ma lo viveva nei racconti del marito, nelle sue lettere, nelle vicissitudini che leggeva sui giornali dell’epoca. La parola stampata prima dei video e delle simulazioni, disegni ed immagini prima delle infografiche. Il cielo e’ di tutti, diceva Rodari ma la terra ed il mare no, sapeva Nelson. E fino alla fine, fino a quando una colubrina francese lo ha quasi ucciso, ha fatto il suo dovere per mantenere all’impero inglese quella fetta di benessere e di benefici. In tutta la violenza, in tutta l’ingiustizia che un’occupazione porta con se’, quella manifesta incongruenza di portare la ‘civilta’, a fil di spala e pistola, passava tantissima umanita’ si condensava la paura, il mors tua vita mea ed il morbo mio, morte tua, delle epidemie di normali influenze che decimarono, molto piu’ che le alabarde ed i cannoni, le popolazioni lontane.

Ma, senza quella efferata voglia di arrivare da qualche parte, e poi tornare indietro, verso casa, oggi non ci sarebbe questo mondo dove la comunicazione, il desiderio di sapere cosa succede dall’altra parte della notte, sono i motori di ogni cambiamento. Non era la terra, il dominio, alla fine, ma la connessione di altri punti sulla mappa della complessita’ del pianeta, l’intransigente ed ortodossa sete di vedere albe e tramonti ogni volta diversi, nuovi, fino ad approdare ai nostri confini. Che, forse, ed in questo sia la vedova che l’ammiraglio magari condividevano, non erano molto lontani dall’ordinato cimitero della chiesa, visibile appena fuori dal transetto. O nelle acque di Trafalgar. Dove Nelson mori' alla fine della piu' grande battaglia della sua vita e forse della storia inglese.


SOUNDTRACK

Auf Der Maur – Followed the Waves


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