Stefano Grazioli
Gorky Park
16 Ottobre Ott 2013 0916 16 ottobre 2013

L'oro di Baku

Via LIMES / EAST SIDE REPORT

Ilham Aliev compirà 52 anni il prossimo 24 dicembre. Nell’ottobre del 2003, a 41 anni, è divenuto presidente per la prima volta, prendendo il posto di suo padre Heydar, che per 10 anni (dal 1993 al 2003, anno della sua morte) resse le sorti della piccola repubblica sul Caspio. Dopo la riconferma del 2008 e la successiva riforma della Costituzione, che gli avrebbe altrimenti impedito di correre per un altro mandato, quest’anno Aliev non ha avuto problema a trionfare per la terza volta.

Il presidente ha raccolto circa l’85% delle preferenze, mentre il suo avversario più quotato, Jamil Hasanli, ha ottenuto poco più del 5%. L’esile opposizione ha denunciato brogli e ha chiesto che le elezioni venissero ripetute. Ma le limitate manifestazioni di piazza degli scorsi giorni, a Baku, non hanno cambiato nulla, tanto più che la gran parte degli osservatori internazionali, da Mosca a Washington, passando per Bruxelles, ha giudicato corretta la tornata elettorale.

Se subito dopo il voto le valutazioni di Osce e Unione Europea non sembravano poter convergere - con l’organizzazione basata a Vienna che aveva dato un giudizio negativo mentre la missione del parlamento europeo si spendeva in elogi per Aliev e il popolo azero che, plebiscitariamente, aveva votato per l’indiscusso leader - alla fine si è arrivati alla comune conclusione che le elezioni sono state libere, eque a trasparenti. O così, almeno, recitano i comunicati ufficiali. Insomma, tarallucci e vino sul Mar Caspio, con i pareri degli osservatori europei che hanno finito per coincidere con quelli dei paesi dell’ex-Urss.

Europa, Usa e Russia hanno de facto promosso in via definitiva la democrazia azera, o presunta tale, decidendo di non soffermarsi sulle ombre che sono state invece rilevate dall’opposizione interna e da altre organizzazioni internazionali. È stata la real politik, fatta di gas e petrolio, a contare più degli alti principi a cui Bruxelles e Washington si appellano a seconda del momento (basta paragonare il caso dell’Azerbaigian con quello dell’Ucraina) e ai quali, a Mosca, non si presta mai troppa attenzione.

Carta tratta da Limes

L’Azerbaigian dispone di riserve di petrolio per 7 miliardi di barili e di circa altri 18 miliardi recuperabili. Per il gas si parla di 1,3 trilioni di metri cubi di riserve provate e di 4,4 trilioni recuperabili. Ma oltre alla quantità, che rimane comunque inferiore alle disponibilità dei principali paesi esportatori mondiali, è soprattutto la sua posizione strategica a farne una pedina di primo piano sullo scacchiere energetico a cavallo fra Europa e Mar Caspio. È infatti nel settore del gas naturale che Baku è destinata a giocare un ruolo sempre più importante nei prossimi decenni, in concorrenza con quello della Russia. E con l’Europa che prova a smarcarsi da Mosca, l’Azerbaigian sarà un partner chiave anche per l’Italia. Basti pensare alla Tap (la Trans Adriatic Pipeline) che, attraversando prima la Turchia, porterà l’oro azzurro nel vecchio continente a partire dal 2019.

Il progetto della joint venture internazionale - costituita da Socar (20%), BP (20%), Statoil (20%), Fluxys (16%), Total (10%), E.on (9%) e Axpo (5%) - prevede la realizzazione di un gasdotto che dalla Grecia si muoverà verso occidente fino al territorio albanese e quindi al Mare Adriatico. La sezione offshore del metanodotto si irradierà dalla città albanese di Fier oltre l'Adriatico, collegandosi a quella italiana gestita da Snam ReteGas. Nella sua porzione iniziale la Tap risulterà invece interconnesso al Desfa, il sistema di gasdotti greco che, continuando verso oriente, sarà a sua volta connesso alle infrastrutture turche, così da garantire l'accesso dell'intera rete al giacimento di gas naturale azero di Shah Deniz.

Nell’ottica di questo e altri progetti (il primo dei quali è stato lo sfruttamento dei giacimenti offshore caspici di Azeri, Chirag e Guneshli a opera del consorzio Azerbaijan International Oil Company, partecipato dall’azera Socar e da altri gruppi internazionali) risulta chiaro come i rapporti tra Azerbaigian e Occidente saranno sempre più determinati dal fattore energetico. In questo senso la stabilità assicurata dalla dinastia Aliev rappresenta la base migliore per una fruttuosa cooperazione, peraltro già comprovata, che nel futuro si farà - magari - sempre più stretta

Limes / East Side Report

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