Ernesto Gallo e Giovanni Biava
Giovine Europa now
16 Ottobre Ott 2013 1153 16 ottobre 2013

Shutdown, i soliti idioti

‘Giovine Europa Now’ oggi propone un nuovo modello di dibattito. Lanciamo un tema di stretta attualita’ e scateniamo una discussione tra amici e collaboratori di questo blog, con contributi diversi, che spesso esprimono idee radicalmente opposte.
Oggi partiamo con lo shutdown degli USA. Che cosa significa? Quali saranno le conseguenze, per loro, per noi? Imbarazzante che l’unica ‘superpotenza’ rimasta (se ancora lo e’) chiuda i battenti per un po’ e vada persino in rischio default. Vediamo di raccogliere un po’ di opinioni. Partiamo da Davide Serafin (sempre
http://yespolitical.com/, grazie!) e dal suo punto di vista.

L’allarme per un possibile default a Stelle e Strisce è diventato un mantra e crescerà di intensità per almeno un’altra settimana. Il Congresso ha forse toccato il suo punto più basso in termini di credibilità. Il Gop, Grand old Party, è diviso fra falchi e colombe - e questa partizione non è un riflesso della dialettica politica italiana e delle sue formule metaforiche proprie della narrativa giornalistica. Al Senato i repubblicani sono pronti a trattare, hanno già una pezza d’appoggio per formalizzare l’accordo con Barack Obama.
John McCain è il frontman dei trattativisti. Per il suo tramite, il Gop senatoriale ha formulato una proposta di accordo, opera di Susan Collins (di tendenza centrista), all’interno del quale si prevede di: 1) autorizzare l’innalzamento del debito fino a tutto gennaio 2014; 2) favorire un accordo generale sul deficit e sul suo ridimensionamento; 3) includere misure per far rientrare lo shutdown. Ma c’è un ostacolo, sul cammino di questo accordo. Si chiama Paul Ryan, giovane neoliberista, conservatore, antiabortista; anti Obamacare.
Paul Ryan gioca un ruolo chiave poiché è membro della Commissione Bilancio alla Camera. Ha già stroncato il piano dei moderati. “Stiamo lavorando ad altro”, taglia secco. Ryan propende per un accordo di breve - brevissimo - respiro: una autorizzazione all’innalzamento del debito e alla fine dello shutdown per sole sei settimane. Non è dato sapere quale sarà la strategia dei falchi durante queste ipotetiche sei settimane di posticipazione del problema. Il Gop è ai minimi termini nei sondaggi. Viene percepito come responsabile dello shutdown e del possibile default tecnico. Dall’altro lato, e per le medesime ragioni, i Democratici non hanno alcun interesse ad accelerare la definizione dell’accordo. E’ ragionevole credere che il paese uscirà dalla paralisi e dallo spettro del fallimento solo nell’ultimo quarto d’ora disponibile.


Perché il Gop sta tentando l’autodistruzione? I conservatori del Tea Party hanno, mesi or sono, affiancato le organizzazioni più radicali e ultraliberiste della propria area nel cosiddetto ‘Defunding Obamamcare’. Una strategia politica volta a sottrarre i finanziamenti al provvedimento simbolo dell’amministrazione di Barack Obama, la tutela sanitaria pubblica. L’ostruzionismo dei conservatori era proprio finalizzato a svuotare l’Obamacare delle risorse e renderlo inattuabile. Dalla loro, contavano di avere l’opinione pubblica, in maggioranza contraria al provvedimento ma - è qui risiede tutto il paradosso della vicenda - favorevole al principio della tutela sanitaria pubblica. D’altronde, si direbbe, non c’è ambito in cui il Tea Party non si trovi in situazioni di paradossalità. Come scrive sul Guardian Slavoj Žižek, Direttore Internazionale del Birkbeck Institute for the Humanities, il Tea Party è “fondamentalmente irrazionale nel senso che vuole proteggere gli interessi della laboriosa gente comune privilegiando la sfruttamento ricchi, quindi letteralmente contrastare i propri interessi”.
L’operazione defunding è cominciata durante la scorsa estate. A qualcuno parve logico agganciare alla trattativa per il bilancio federale, quella per sottrarre fondi all’Affordable Care Act (la riforma sanitaria). L’iniziativa era stata avanzata dal cuore del dissenso verso l’Obamacare che ha le sembianze di un vecchio politico repubblicano, Edwin Meese III. Ottantuno anni, ex Attorney General, è stato parte dello staff di Ronald Reagan sin dal 1967 ma anche al centro di alcuni scandali di corruzione (fu indagato per irregolarità finanziarie, negli anni ‘80, proprio quando era Attorney General, nell’affare del gasdotto della multinazionale Bechtel in costruzione fra Iraq e Giordania). Attorno a questa figura mitologica del conservatorismo gravitano alcune formazioni extra partitiche, che nel sistema americano prendono il nome di organizzazioni non governative senza scopo di lucro, ma nella realtà dei fatti sono ben lontane dall’essere tali. Il loro lucro è appunto la cancellazione dell’Obamacare, che di fatto è una finalità politica da perseguirsi con ogni mezzo.


Nella galassia dell’ultradestra ha un ruolo di prim’ordine la “Americans for Prosperity and FreedomWorks”, che ha la sua sede in Virginia e sostiene la propria missione di “educare i cittadini circa le politiche economiche” di uno Stato che deve essere “minimo” al fine di poter tagliare la spesa pubblica, ridurre conseguentemente le tasse e limitare fortemente la propagazione del controllo del governo nella vita economica dei cittadini.
Il Club for Growth, seconda organizzazione per importanza, ha addirittura un programma politico sviscerato in otto punti, focalizzato sui tagli alla tassazione, sui tagli alla spesa pubblica, e su una riforma del sistema pensionistico che preveda l’allineamento degli assegni a quanto pagato durante la vita lavorativa. Storicamente, il Gop ha sempre cercato lo smantellamento del Social Security (era una delle riforme promesse da Bush padre). I contributi versati alla Social Security sono oggi poco più del 12% della retribuzione, di cui il 6% a carico del lavoratore. Negli ultimi anni le grandi aziende, a causa della crisi, hanno smesso di versare i contributi creando difficoltà di bilancio per il programma assicurativo federale (il cosiddetto “Old-Age, Survivors, and Disability Insurance” - OASDI). Non sorprederebbe sapere che il Club for Growth sia il canale attraverso il quale le corporations poco parsimoniose a livello contributivo fanno lobbing verso il Gop. Infatti, una delle più importanti corporations americane, la Koch Industries, è pienamente coinvolta, per il tramite della fondazione, affidata ai figli del fondatore Fred C. Koch, David e Charles (New York Times, 06/10/2013). David fu candidato vicepresidente nel 1980. David ha da sempre mantenuto posizioni ultra-liberiste, proponendo l’abolizione, non solo del Social Security, ma anche della scuola pubblica, della FBI e della CIA.


I fratelli Koch si sono esposti finanziariamente a favore di Mitt Romney durante le ultime presidenziali. David fece parlare di sé per aver organizzato una cena di ‘fundraising’ dal costo di 50.000 dollari a persona. Uno dei fratelli più giovani della famiglia Koch, William, donò al ‘Restore Our Future’, organizzazione di supporto alla candidatura di Romney, ben 1 milione di dollari. David si fermò a circa 2300, donati personalmente al candidato. E’ loro la propaganda pubblicitaria, veicolata via web, contro l’Obamamcare, nella quale era raffigurato un minaccioso Zio Sam “mentre spuntava tra le gambe di una donna durante un esame ginecologico” (cit. New York Times). Tramite il Freedom Partners Chamber of Commerce, organizzazione no profit sotto il loro controllo, hanno erogato circa 200 milioni di dollari per la campagna politica del defunding.


La campagna del “Defunding Obamacare” è stata adeguatamente pianificata. Sotto il profilo politico e sotto quello comunicativo. In ambito politico, si è scelto deliberatamente di minacciare le finanze pubbliche dello Stato Federale fino al capolinea del non rinnovo dell’accordo sul tetto del debito. Una strategia suicida. Sotto il profilo comunicativo, il messaggio che doveva essere veicolato era: “i Repubblicani hanno approvato una legge per finanziare il governo senza i finanziamenti per l’Obamacare, ma i democratici hanno causato lo shutdown per forzare milioni di americani in un programma che non accetteranno mai”. Nella realtà, questo messaggio si è scontrato con la risolutezza di Obama ed è stato risvoltato di senso. Sono i Repubblicani a concentrare in maniera cocciuta gli sforzi contro una legge mettendo il paese a rischio di default. Il sito http://www.dontfundobamacare.com/ conteggiava i giorni mancanti allo shutdown. Ora sta conteggiando i giorni di paralisi del governo federale (dodici, al momento in cui si scrive). Se la minaccia non fosse stata sostenibile, Obama non avrebbe mai potuto tener duro. Lo shutdown sta interessando, infatti, solo il 17% dell’attività amministrativa federale. Byron York, giornalista del Washington Examiner, ha chiesto ad una fonte repubblicana della commissione Bilancio del Senato, una stima dello shutdown in termini di spesa pubblica non erogata. Questa è stata la risposta: "Sulla base delle stime, l’83% delle operazioni del governo continuerà”. Questa cifra presuppone che il governo può pagare i debiti contratti prima della paralisi (512.000 milioni dollari), pagare 225 miliardi dollari in personale militare e civile, altri costi per circa 2.000 miliardi dollari; può altresì pagare gli interessi alla scadenza (237.000 milioni dollari). Si tratta di circa l’83 per cento delle proiezioni 2014 su una spesa di circa 3.600 miliardi dollari (Washington Examiner, 05/10/13). Questa la ragione per la quale la battaglia si è spinta sino all’orlo del default. E’ il margine oltre cui i Repubblicani si annienteranno. Annientando il paese.


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