Antonio Sanfrancesco
Opportune et importune
17 Ottobre Ott 2013 1556 17 ottobre 2013

Il Papa e le "chiacchiere" che uccidono l'altro

Nella Cappella degli Scrovegni a Padova c'è una figura dipinta da Giotto che inquieta per il suo estremo realismo. È una vecchia dalle mani rapaci, avvolta ai piedi dalle fiamme che bruciano le vesti, un serpente esce dalla sua bocca e gli si rivolta contro iniettandole negli occhi il veleno mortale fino ad accecarla. Ha un orecchio enorme, quasi deforme, che gli permette di origliare. È la raffigurazione dell'invidia, uno dei sette vizi capitali, «il peggiore dell'umanità» secondo Hannah Arendt.
Viene in mente la crudezza di questa figura – soprattutto il particolare della serpe che esce dalla bocca, simbolo della maldicenza e della calunnia – quando papa Francesco lancia i suoi anatemi contro le chiacchiere che «uccidono» il fratello.
Ci sono aspetti della predicazione del Pontefice considerati, a torto, poco importanti. Uno è quello della presenza reale del demonio, «il principe di questo mondo» secondo Bergoglio, con l'odio e le insidie del quale bisogna fare i conti ogni giorno.
L'altro è quello delle chiacchiere, le maldicenze, il pettegolezzo allusivo e pruriginoso sulla cui «criminalità» il Papa mette continuamente in guardia.

Molti tradizionalisti preferirebbero un Pontefice magari più aulico, nella scelta dei temi e anche nel linguaggio. Uno dei punti distintivi della predicazione di Francesco, invece, è il realismo estremo, la scelta di parlare di questi aspetti che, purtroppo, non sono marginali nella vita di ciascuno di noi e non sono meno importanti di altri come la bioetica o le questioni legate ad aborto ed eutanasia.


Nel Vangelo di Marco Gesù è estremamente duro e diretto: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene!», dice alla folla. «Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro. (…) Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo». (Mc 7,14-23)

L'invidia è il grande motore che produce le chiacchiere: l'invidioso gioisce solo della disgrazia dell'altro, della sua rovina. Per questo un'opera incessante di demolizione attraverso i pettegolezzi, le calunnie, lo sparlare alle spalle. Non a caso, Giotto raffigura l'invidia con l'orecchio enorme: l'invidioso per “produrre” le sue chiacchiere ha bisogno di origliare quel che dice l'altro, di spiarlo, di inseguirlo.

«Noi», ha detto papa Francesco, «siamo abituati alle chiacchiere, ai pettegolezzi. Ma quante volte le nostre comunità, anche la nostra famiglia, sono un inferno dove si gestisce questa criminalità di uccidere il fratello e la sorella con la lingua! Una comunità, una famiglia viene distrutta per questa invidia, che semina il diavolo nel cuore e fa che uno parli male dell'altro, e così si distrugga».
«In questi giorni», ha aggiunto nei giorni della mobilitazione contro la guerra in Siria, «stiamo parlando tanto della pace», vediamo le vittime delle armi, ma bisogna pensare anche alle nostre armi quotidiane: «la lingua, le chiacchiere, lo spettegolare».


È un richiamo continuo quello del Pontefice. A settembre è tornato su questi concetti più volte e sempre con toni durissimi. «Quelli che vivono giudicando il prossimo, parlando male del prossimo», ha detto, «sono ipocriti, perché non hanno la forza, il coraggio di guardare i loro propri difetti. Il Signore non fa, su questo, tante parole. Poi dirà, più avanti, che quello che ha nel suo cuore un po’ d’odio contro il fratello è un omicida... Anche l’apostolo Giovanni, nella sua prima Lettera, lo dice, chiaro: colui che odia suo fratello, cammina nelle tenebre; chi giudica il fratello, cammina nelle tenebre».


La “lingua” dell'invidia genera solo chiacchiere, ostilità, risentimento, rancori, rabbia. Semina distruzione, disgrega la convivenza, distrugge ogni realtà umana: dalla coppia alla famiglia all'impresa.


Incontrando i gendarmi vaticani papa Francesco ha detto: «Qualcuno di voi potrà dirmi: “Ma, padre, noi come c'entriamo qui col diavolo? Noi dobbiamo difendere la sicurezza di questo Stato, di questa città: che non ci siano i ladri, che non ci siano i delinquenti, che non vengano i nemici a prendere la città”. Ma, anche quello è vero, ma Napoleone non tornerà più, eh? Se ne è andato. E non è facile che venga un esercito qui a prendere la città. La guerra oggi, almeno qui, si fa altrimenti: è la guerra del buio contro la luce; della notte contro il giorno». E ha proseguito il Pontefice: «Vi chiedo non solo di difendere le porte, le finestre del Vaticano. Ma c'è una tentazione... Ma, io vorrei dirla - la dico così per tutti, anche per me, per tutti - però è una tentazione che al diavolo piace tanto: quella contro l'unità, quando le insidie vanno proprio contro l'unità di quelli che vivono e lavorano in Vaticano. E il diavolo cerca di creare la guerra interna, una sorta di guerra civile e spirituale, no? È una guerra che non si fa con le armi, che noi conosciamo: si fa con la lingua».


Qualche giorno prima, parlando a braccio durante l'udienza generale, aveva proposto un antidoto efficace contro le chiacchiere: «Meglio mordersi la lingua: quello ci farà bene: la lingua si gonfia e non si può parlare, così non si possono fare chiacchiere».
Il 13 settembre era stato netto: «Su questo punto, non c'è posto per le sfumature. Se tu parli male del fratello, uccidi il fratello. E noi, ogni volta che lo facciamo, imitiamo quel gesto di Caino, il primo omicida della Storia». E il peccato di Caino è un peccato d'invidia. Non sopporta che Dio ami Abele, suo fratello, e gli stia più vicino perché è più debole (abel significa soffio), è accecato dall'invidia e giunge al punto di ucciderlo.

«Le chiacchiere», ha avvertito il Papa, «sempre vanno su questa dimensione della criminalità. Non ci sono chiacchiere innocenti. Quando la nostra lingua la usiamo per parlare male del fratello o della sorella, la usiamo per uccidere Dio», «l'immagine di Dio nel fratello».

Chi è tentato di derubricare queste catechesi del Papa a tirate moralistiche, da vecchia zia buonista, commette un grosso errore. Egli, invece, prende sul serio quell'esperienza umana capitale dell'invidia, e della chiacchiera calunniosa che da essa deriva, perché sa che è un vizio e un peccato che non resta confinato nel cuore dell'uomo ma contamina e avvelena sé e gli altri. Come ha scritto monsignor Vincenzo Paglia «si potrebbe dire che diventa anche un “vizio sociale” perché con la sua forza avvelenata corrode in profondità i rapporti tra gli uomini sino a scardinare la stessa convivenza». Un'esperienza comune a tante famiglie e da cui non è immune neanche la Chiesa. I frutti avvelenati del caso Vatileaks stanno lì a dimostrarlo.

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