Massimo Sorci
Attentialcane
18 Ottobre Ott 2013 0923 18 ottobre 2013

Fedeli alla linea e la linea non c'è



Chissà cosa pensa Christopher Harris di Francesco Bravo, detto il “Cece”. Harris è un giornalista britannico che qualche giorno fa ha scritto su worldsoccertalk.com – un sito di cose di calcio – che tifare per la squadra della propria città è ormai fuori moda. Non solo. Pretenderlo sarebbe addirittura “antidemocratico e fascista”. Perché ognuno dovrebbe essere libero di stare per chi vuole. “In un’epoca come la nostra, in cui consumiamo entertainment da ogni parte del mondo – ha affondato la lama Harris – non dovremmo sentirci dire cosa possiamo o non possiamo fare”.

Il “Cece”, invece, cosa fare lo sa. Lo ha sempre saputo. Da quando è stato in grado di intendere e di volere ha seguito il Portogruaro in tutte le trasferte, alcune volte anche in solitaria. Un esempio perfino commovente di attaccamento a una squadra dal lignaggio non certo nobile, che ha vissuto il suo momento di gloria nel 2010-2011 quando arrivò a disputare il campionato cadetto. Francesco Bravo, in barba alle considerazioni di Harris, è stato sempre fedele alla linea. Anche quando la linea non c’era. Quando il Portogruaro – per esempio – è stato costretto, dopo il fallimento, a ricominciare dalla Promozione.

Approcci indubbiamente antitetici. Da una parte un inno al cosmopolitismo e alla “modernità”, dall’altra il peana alla lealtà ai limiti del masochismo. In un mondo globalizzato può capitare che si provi un’affinità elettiva per il Barça o per il Chelsea. Però, prima di capire perché si cambia, bisognerebbe chiedersi – e forse questo è il nocciolo del problema – quali siano i motivi per i quali si sceglie (all’inizio) una squadra piuttosto che un’altra. Per Harris la consuetudine gioca un ruolo decisivo. E’ del tutto naturale per un ternano tifare Ternana. Proprio perché è andato decine di volte al Libero Liberati ed è cresciuto a pane e rossoverde. Io lo trovo ragionevole e non ci vedo nulla di male. Ma per Harris questo dato di fatto, di per sé ovvio, diventa “fascismo” se costringe a rimanere, contro la propria volontà, schiavi della tradizione.

Ora, ognuno è libero di invaghirsi – che ne so – dello United o del Paris St. Germain. Magari le vicende della vita lo portano a frequentare una ballerina brasiliana esperta – tra le altre cose – di punizioni a palombella e, allora, forza Botafogo. Ma non è questo il punto. Non è in gioco l’autodeterminazione dell’individuo o la pressione dell’ambiente sociale (e delle ballerine). Il punto è che, se vuoi “esercitare la libertà” in maniera adulta, devi prima sincerarti che non sia un puntiglio, un ghiribizzo, una sfida al padre fine a se stessa. O una semplice scorciatoia per vincere facile, per non passare inosservato o – peggio ancora – per essere alla moda. Devi avere il coraggio di andare fino in fondo. Perché è vero, esiste il piombo della tradizione, ma anche la spinta collettiva verso tutto ciò che è cool può essere una forma di tirannia.

Harris chiude l’articolo addolcendo un po’ il concetto: “La mia opinione è questa: andate a tifare per la squadra della vostra città, ma non vergognatevi di tifare anche per una squadra che è distante cento o mille miglia da voi”. Bene. Il rischio però è che la pezza sia peggiore del buco. Perché, semplicemente, non è possibile tifare “anche” per un’altra squadra. Non esiste la poligamia nel calcio. Abitando a Genova da un po’ di anni, e avendo dunque acquisito un’altra “consuetudine”, posso simpatizzare per la Samp o per il Genoa, ma non sarò mai un tifoso né della Samp né del Genoa. A meno che – titanicamente – non scegliessi un giorno di rinunciare alle Fere e abbracciare un’altra confessione. Ma è un discorso diverso. Porta sconquassi interiori che non possono essere affrontati con leggerezza.

Harris, da buon campione del pensiero di tradizione anglosassone, scettico e relativista, preferisce paradossalmente una proliferazione di piccoli “assoluti” – una chiara contraddizione in termini – piuttosto che ammettere che la libertà non è (non può essere) un girare in tondo alla ricerca di capricciose corrispondenze, bensì una scelta “vera”, magari generata dall’abitudine, ma che si autoperfeziona con un comportamento non volatile.

Nelle società contemporanee il politeismo dei valori è ormai un dato acquisito. Nel calcio – per ora e fortunatamente – non funziona così. A volte essere fedeli alla linea (anche quando non c’è) può rappresentare una decente forma di democrazia e di libertà perché salvaguarda le differenze. A maggior ragione in un mondo dove tutto sembra possibile per tutti in qualsiasi momento. Senza esserlo davvero.

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