Vittorino Ferla
La Luna storta
20 Ottobre Ott 2013 1501 20 ottobre 2013

L'Italia bloccata è il paradiso dei conservatori

La sfida dei riformisti sarà davvero dura. Perché il fronte di conservatori nella politica italiana – lo dimostrano anche i fatti degli ultimi giorni - è maggioritario.

I conservatori di destra


Ci sono i conservatori di destra.

Affermazione che potrebbe apparire tautologica, ma che tale non è. In Europa, infatti, i partiti ‘conservatori’ sono spesso stati protagonisti di grandi iniziative di cambiamento. In Italia, la prima apparizione di Berlusconi nel 1994 aveva scatenato in molti aspettative di modernizzazione del nostro Paese.

Abbiamo visto com’è andata. Sul piano economico nessuna delle promesse di riforma liberale è stata mantenuta: la solita mano pesante dello Stato (basti pensare alla vicenda di Alitalia), la promessa mancata di detassazione, l’inefficienza e la confusione delle politiche pubbliche, la spesa dello stato cresciuta a dismisura, il debito pubblico fuori controllo che ha fatto dell’Italia il paese più impreparato alle crisi internazionali.


Sul piano istituzionale, è andata perfino peggio. Forza Italia poteva evolvere in un soggetto liberaldemocratico a vocazione maggioritaria. Viceversa, ha conservato la sua natura padronale e patrimoniale, inglobando la destra storica in un Popolo delle libertà ad un tempo centrista e populista, ma tutt’altro che popolare in senso europeo.

Alla fine ha deciso di vivacchiare abbracciando il Porcellum, lo strumento che – firmato da Calderoli, ma ispirato da Casini – ha bloccato definitivamente ogni speranza di compimento di un bipolarismo maturo.

I conservatori di sinistra


Ci sono, poi, i conservatori di sinistra. Sono i più tosti, si definiscono progressisti, ma spesso non lo sono.

Alcuni fanno della Costituzione la loro bibbia laica, ma questo fa di un testo storico - frutto dunque di una mediazione culturale e politica - un oggetto intangibile e, alla lunga, inservibile per affrontare le sfide dell’oggi. Sappiamo bene, ormai dalla fine degli anni ’70, che senza una modifica dell’organizzazione dello Stato - così come si è cristallizzata nella Costituzione – non avremo mai una democrazia finalmente matura, in tutto simile ad altre democrazie europee. Basta guardare il popolo – generoso, per carità – della manifestazione per la difesa della Costituzione del 12 ottobre scorso per comprendere che per quella “via maestra” non si va da nessuna parte.

Altri conservatori di sinistra sono tali perché fanno ancora del partito il loro feticcio. Alla fine l’interesse della ‘ditta’ diventa prevalente e lascia in ombra gli interessi generali del paese. Oggi sappiamo che la “Repubblica dei partiti” (felice denominazione di Pietro Scoppola) è stata alla lunga la croce della nostra storia: ciononostante, la mistica del partito resiste sottotraccia, scatena resistenze, coltiva tabù, produce eretici. Basti pensare alle primarie del 2012.

I conservatori rivoluzionari


Ci sono poi i conservatori rivoluzionari, quelli a cinque stelle. Hanno lanciato una sfida portentosa a quelli che chiamano i “morti viventi” della politica italiana. Di quei morti viventi si alimentano al punto da volerli ben vivi: dal perpetuarsi dei partiti così come sono sembra dipendere la loro sopravvivenza di rivoluzionari permanenti. Questi primi mesi sulla scena pubblica smentiscono però le speranze rivoluzionarie. Non tanto per il rifiuto al tentativo improbabile di Bersani di governare insieme, quanto per l’incapacità di lavorare su riforme reali piuttosto che su anatemi mediatici.

Ma sopra ogni cosa c’è la pochezza della cultura istituzionale: la proposta di proporzionalismo puro per la riforma elettorale è la cifra di una rivoluzione già fallita; se scegliessimo quella strada – certamente in linea con quel parlamentarismo costituzionale che ha segnato l’inettitudine riformatrice delle nostre classi dirigenti dopo i primi anni di ricostruzione postbellica – la Terza Repubblica avrebbe l’aria malsana delle paludi partitocratiche di quella Prima di cui pensavamo di esserci liberati.


Ancora una volta, dunque, le riforme istituzionali restano, in Italia, la pietra d’inciampo del riformismo realizzato: dalla cultura istituzionale dei partiti emergerà la serietà del tentativo di modernizzazione. E al prossimo segretario del Pd (nonché candidato premier) è consegnata,nel frattempo, la sfida più complessa: parlare a elettorati compositi, senza accarezzare le sirene della conservazione.

@vittorioferla

Questo articolo è stato pubblicato da Qualcosa di Riformista il 15 ottobre scorso

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