Giulia Valsecchi
Cineteatrora
21 Ottobre Ott 2013 1256 21 ottobre 2013

Amore come odio: il grido di Medea

L’orrore di Medea è uno spasmo di gola, una macchia di sangue che copre occhi e ragione. Sentenza e crimine cruento, condizione umana che sbanda e monito, delitto e castigo: sono alcuni binomi possibili che vengono alla mente riascoltando la tragedia senecana e faticosamente lasciandosi deviare dall’adattamento di Francesca Manieri per la regia di Pierpaolo Sepe.
La rabbia occupa dall’inizio il proscenio di una furoreggiante Maria Paiato china su se stessa a trascinare dal fondo del proprio baratro di vendicatrice una dichiarazione di odio che eguaglia l’amore quando spinge a uccidere, a smembrare corpi di famiglia per onorare il sacro vincolo con un eroe, Giasone, lesto a tradire. La eco contemporanea più vivida è del volto di una madre, moglie e amante in balia della collera che deturpa qualsiasi integrità fisica e morale, che si avvale della coscienza d’essere cresciuta nel male per effetto di una passione cieca e violata dallo stesso sentimento per cui si compiono omicidi e si officiano matrimoni indegni.
La lingua di Seneca non lascia scampo a tregue e il suo verso sprezzante della carne fatta a pezzi e dell’eccesso connaturato alla perdita di identità, per la natura stessa del regolamento di conti più spasmodico, rende difficile comprendere davvero, e non superficialmente, perché tutto si ambienti in una scena da Far West con i vetri rotti a bella posta e i costumi borghesi che scottano su un’arena da cowboys che fa di Creonte il giustiziere e di Medea l’odalisca sanguinaria.
La permanenza di Giasone nei discorsi su ciò che è avvenuto o avverrà fuori scena, con espediente degno della tragedia antica, esplode nell’incontro con Medea sfregiata: Maria Paiato e Max Malatesta si affrontano su un ring trasversale nelle epoche e nel filo conduttore di quel corifeo monologante che in proscenio danza o allarga le braccia come un Cristo che indossa un rosario rosso, degli occhiali specchiati e una t-shirt con il simbolo del sacro cuore. Accessori estetizzanti che mirano, insieme con la drammaturgia, a fare dell’uomo che osserva nelle ere l’imperituro colpevole: lui il conquistatore del mondo ridotto a una sineddoche, dove cioè il tutto che prima solleticava qualsiasi impero è un vello dorato senza valore.
Ci si può dunque domandare perché dalla temperatura alta della recitazione di Paiato, studiata come bestia che sposa l’ira delle viscere, si voglia stordire con un’attualizzazione parziale che finisce per non prendere posizione. Il richiamo all’America e alle metafore del colonialismo evocano sì la barbarie di Medea, ma il suo vero rifiuto, quello che la radica all’amore e la ottenebra con il fuoco dell’infelicità non attraversano un copione e una regia davvero estremi. C’è atrocità nella freddezza di chi circonda l’assassina del suo bene più grande, i figli dipinti con tempera rossa su fogli bianchi accartocciati. C’è premeditazione nel passato che ritorna a ossessionare il gesto di un’antieroina vittima delle proprie nefandezze per colpa dell’altro da sé.
Il terreno di gioco mortale, l’appello alla clemenza impossibile di Medea e la cenere del palazzo reale cui darà fuoco prima di soffocare le proprie creature sigilla la menzogna della pace che vuole far crollare tutto e punire l’ingiustizia per cui è stata commessa altra ingiustizia. Ecco allora la luce sanguinolenta di un finale che allarma e l’occhio fisso di Medea in quello di Giasone un attimo prima dell’ultimo assassinio. Il cantore a quel punto si leva gli occhiali da show e condivide la mestizia dell’orrore, ma non basta a raccontare una fiamma che Paiato tiene alta e forse troppo dalle prime invocazioni dissennate. Non basta a colmare un cuore fragile che ha creduto di poter fare strage per salvarsi.
Il campo del destino si affolla di disonesti credutisi sovrani di rettitudine, e l’occhio sgranato di Medea, la sua voce rotta, o corteggiatrice prima di ottenere riscatto con l’empietà, levano parole a un pianto che si vorrebbe spartire pur nell’oscenità, a un senso di esilio comunitario cui si fa appello non troppo sotterraneamente e che rischia di perdersi proprio nell’urlo altisonante al cielo sordo. Sublime e miseria della lingua senecana ricordano piuttosto e senza vezzi che la paura innesca le peggiori crudeltà.

Fino al 3 novembre 2013 - Piccolo Teatro Grassi - Milano

Medea

di Seneca
traduzione e adattamento Francesca Manieri
con Maria Paiato, Max Malatesta
e con Orlando Cinque, Giulia Galiani, Diego Sepe
regia Pierpaolo Sepe
scene Francesco Ghisu
costumi Annapaola Brancia D’Apricena
luci Pasquale Mari
trucco Vincenzo Cucchiara
aiuto regia Luisa Concione
Produzione Fondazione Salerno Contemporanea


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