Davide, Alessandro e Andrea
Failcaffè
27 Ottobre Ott 2013 1152 27 ottobre 2013

Non basta una Malala per lavarsi la coscienza

Malala è l’attivista sedicenne pakistana fautrice della campagna universale per il diritto all’istruzione. All’età di undici anni comincia a scrivere su un blog della BBC denunciando la vita in Pakistan sotto il regime talebano. Il 12 ottobre 2012 viene sparata alla testa dai talebani. Ora vive in Inghilterra con la sua famiglia e gode di numerosi premi e fama mondiale. Malala è diventata un caso di coscienza.

di Silvia Cardascia

La piccola eroina Malala Yousafzai nasce nella valle dello Swat, un’affasciante regione a confine tra Pakistan e Afghanistan, terra di pasthun e antiche leggende indiane e buddiste prima ancora che musulmane. Malala è l’omonimo di un’altra baby eroina, Malalai di Maiwand, nome che per i pashtun (antica tribù afgano-pakistana e seconda etnia del Pakistan) evoca l’epico coraggio che cambiò le sorti della seconda battaglia anglo-afgana. Nonostante gli stereotipi di cui è schiavo – immagini di terroristi suicidi, faide tribali, fanatici religiosi, mujahidin, donne col burqa- il Pakistan è uno Stato che abbraccia una storia antica e una società complessa. Per molti anni, il confine tra Pakistan e Afghanistan dove si innalza la valle dello Swat, è stato centro di resistenza non violenta gandhiana contro il dominio britannico. La regione rappresenta l’anfiteatro di antiche tradizioni mistiche, musica sufi e un’affermata società matriarcale. Il Pakistan di Malala però è diverso. Negli anni in cui scrive sul blog della BBC per denunciare gli abusi di potere e il tumore in metastasi del regime pakistano, la situazione è già precipitata. Siamo nel 2009, anno in cui il primo afro-americano viene eletto alla guida degli Stati Uniti d’America. “Yes we can” é il suo motto. In effetti c’è molto da poter fare, in un mondo che ha già assaggiato i sanguinosi bocconi di ben otto anni di “war on terror”. “Operation enduring freedom” era la pomposa etichetta che l’allora presidente George W. Bush aveva incollato alla guerra in Afghanistan nel 2001. Operazione cieca in una terra patriarcale, dove le maestose montagne in cui si nascondono i talebani fanno ombra ad antiche tradizioni ed orgogli tribali. Se l’Afghanistan è il nemico da combattere, la terra dei suicidi e dei fondamentalisti che si fanno esplodere recitando le sure del Corano, il Pakistan di Malala è le terra dei corrotti. I talebani sono un mostro creato da CIA e ISI (servizi segreti pakistani) in un clima di macchinosa guerra fredda. Dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979 gli americani hanno sostenuto generosamente con armi e munizioni la grande Jihad (guerra santa) combattuta dai mujahidin. Lo stesso erede miliardario saudita Osama Bin Laden è stato un prodotto made in USA.

“I talebani non sono una forza organizzata come ce la immaginiamo. Rappresentano una mentalità, e questa mentalità è un po’ dappertutto in Pakistan. Chiunque sia contro l’America, contro l’establishment pakistano, contro la legge inglese, è stato infettato dai talebani “

(questo si legge nel libro “Io sono Malala”, ottobre 2013, edizioni Garzanti). Mentre il governo pakistano fa spallucce intascandosi milioni di dollari di guerra al terrorismo per scovare al-Qaeda senza muovere un dito, la talebanizzazione si brutalizza: scuole elementari esplodono, donne vengono martoriate e uccise per le strade colpevoli di aver commesso “haram” (qualcosa di proibito dall’Islam). In questo clima emerge la personalità di Malala, figlia di un insegnante che a sua volta aveva combattuto per il diritto all’educazione delle bambine, costruendo una scuola elementare.

Malala non ha paura di dire che ”l’istruzione non è né occidentale né orientale, è un diritto umano” e che “L’Islam non ci ha negato questo diritto, anzi, prescrive che ogni ragazzo e ogni ragazza vadano a scuola. Il Corano dice che dovremmo ricercare la conoscenza, studiare tanto e apprendere il più possibile sui misteri del nostro mondo” (dal libro “Io sono Malala”). Queste coraggiose parole le sono valse il Pakistan’s National Youth Peace Price e una pallottola che le ha perforato l’orecchio sinistro sfiorandole la calotta cranica, oltre che miracolose operazioni chirurgiche e un visto permanente a Birmingham. E’ facile dunque comprendere la crescente adorazione che avvolge Malala, divenuta oramai beniamino dei media occidentali per il suo lavoro eroico in nome dell’istruzione nel suo paese. Adorazione direttamente proporzionale al profondo stupore se non sentita indignazione per il fatto che il Premio Nobel per la Pace 2013 non sia stato assegnato all’adolescente eroina. Ora, quella del Nobel per la Pace non è una grande perdita ma forse un respiro di sollievo e un motivo in meno di imbarazzo. Tutti gli anni infatti salgono sul podio organizzazioni improbabili tipo l’Unione Europea l’anno scorso (che nonostante Carta di Nizza e quant’altro non è certo una paladina della pace) e l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche quest’anno (il che è una bella presa per il culo oltre che una vile liquidazione della crisi siriana). Quello che voglio mettere in luce non è dunque la mancata vincita della coppa della Pace quanto l’ondata di sdegno che ciò ha causato. Già immagino i commenti delle signore d’alto borgo imbellettate ad una delle tante cene di beneficenza per promuovere i diritti delle donne in Congo: “La tenera ragazzina dagli occhi grandi, eroina dei nostri tempi, proveniente da una terra pericolosa di kamikaze, terroristi e fondamentalisti islamici. Lì non hanno neanche la democrazia, si fanno esplodere tutti giorni (meno male che l’America gli fa la guerra), questa tenera Bambi si è fatta sparare un colpo in testa per andare tutti i giorni in quella baracca che chiamano scuola e non ha vinto neanche l’Oscar come miglior protagonista! Sdegno!”

Perché è questo l’atteggiamento assunto dai media e dai big del mondo: Queen Elisabeth, Obama e Gordon Brown compresi. Il coraggio e la tenacia della giovane donna sono innegabili. Ma negli ultimi mesi il suo caso è stato pubblicizzato tanto da creare una celebrità dal messaggio semplice e riduttivo. E’ un modo per restare fuori dai guai, convincere noi stessi che è solo una questione di buoni contro cattivi, che siamo dalla parte giusta e che tutto va bene. Al diavolo il diritto allo studio, e le lotte di milioni di donne meno popstar di Malala in Pakistan. A lei una bella casa in Inghilterra e a suo padre ferie pagate e quattordicesima. Ma tutto non va bene, e nulla è semplicisticamente positivo come traspare dai media. L’Occidente, USA in prima fila, è alle prese con situazioni delicate al limite della legalità e in Pakistan di sicuro non è il benvenuto. La premiazione di Malala con la più alta onorificenza suppellettile soprammobile (o Nobel che dir si voglia), avrebbe fatto di lei una diva. Del resto questo è un classico: donando un riconoscimento internazionale con tutta la forza del simbolo che rappresenta, avremmo compiuto il nostro dovere. Alle volte gli eroi che deleghiamo per risolvere i nostri problemi dicono molto più su di noi che su loro stessi. La risposta di Malala è stata coraggio, la nostra invece: fama.

Fortunatamente per il mondo, non vi è carenza di persone valorose o coraggiosi individui che mettano in pericolo la loro stessa vita in nome di una battaglia collettiva. Vi è abbondanza di queste personalità soprattutto nei paesi poveri ed autoritari. Il caso di Malala è raro solo perché se ne parla. La maggior parte delle tante Malala vivono e lottano senza nome e non sono salite sul podio della notorietà mediatica. Idolatrare è comodo poiché si scaricano responsabilità dal nostro groppone e si carica di aspettative quello del dio. La dura verità è che la violenza di genere in India, la guerra civile in Siria o la discriminazione delle donne in Pakistan non sono camera-ready e non si barattano con una casa in Inghilterra e un abbraccio della regina Elisabetta. Il mondo non è così semplice come abbiamo disperato bisogno che sia. Non vi è dubbio che una stupefacente giovane donna come Malala possa apportare un cambiamento consistente in Pakistan ma quello che stiamo cercando di fare di lei è qualcosa di molto diverso: si tratta di redimere noi stessi dalle nostre colpe. Incollare una faccia giovane e sorridente che “ce l’ha fatta” su una situazione infelice e drammatica come quella dell’odierno Pakistan ci permette di far finta di aver chiuso la questione. Si tratta di dimenticare che il demone talebano sia stato creato dalla stessa CIA che ha organizzato la islamo-follia in Medio-Oriente per annientarlo. Si tratta di sorvolare su gravi violazioni internazionali dei diritti umani, come quella che ogni giorno il governo statunitense perpetra lanciando droni in Pakistan, Yemen e Afghanistan su terroristi e civili. Si tratta di chiudere occhi, orecchie e bocca sull’orrore di una guerra giocata ai videogiochi e al tiro al bersaglio. Una guerra senza pilota e disumanizzante come i suoi aerei. Si tratta di continuare a sperare nella coscienza di nerd idealisti (vedi Snowden o Assange) per scoprire quante telecamere ci sono nelle nostre camere da letto.

Si tratta di idolatrare la Malala di turno, nata nel posto sbagliato al momento giusto e farne un’eroina, una paladina dei diritti delle bambine. Per sentirci meno rei, meno complici, meno coinvolti, ma soprattutto per lavarci la coscienza con la candeggina.

se hai trovato interessante questo articolo, segui il nostro blog via facebook o sul sito

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook