Giulia Valsecchi
Cineteatrora
28 Ottobre Ott 2013 1004 28 ottobre 2013

Frost/Nixon: duello ad armi pari?

L’essenza di David Frost è la lezione avida del talk show, dove tutto viene risucchiato o amplificato e la tutela di uno scoop è sventrata dal colpo diretto. Su un crinale storico ingarbugliato e sudicio fino al midollo, nel 1977 il presidente americano Richard Nixon accetta d’essere intervistato dopo le dimissioni seguite allo scandalo Watergate. Frost/Nixon, un evento epocale e un perfetto conflitto tragico ritagliato per teatro e cinema da Peter Morgan.
Quel che grava con insistenza legittima sulla scena italiana, riabitata da Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani, rispettivamente nei panni di Frost e Nixon, è l’effetto dilagante di un’impunità che non può permettersi d’essere simbolica, perché attiene tanto all’affaire politico quanto a quello privato, e i due veleni si mescolano nei notiziari quotidiani da non lasciare margini di scollamento nella più implicita e rovinosa autoassoluzione «senza esclusione di colpi».
Il boom mondiale del duello Frost/Nixon prova quanto un giornalista britannico inopportuno, che dà notizie sulle salsicce e indossa eccentrici mocassini italiani, sia di fatto il miglior acquirente di una impervia quanto inevitabile dichiarazione di colpevolezza del presidente repubblicano davanti alle telecamere. La mobilità scenica ridotta nella partitura fisica e nella pulizia dagli eccessi pop delle scenografie statunitensi fanno il paio con la cornice narrante di Jimmy Reston, arruolato nel team di Frost accanto a Bob Zelnick (un bravissimo Andrea Germani) e John Birt (Matteo De Mojana). Reston è uno che la schiettezza di Alejandro Bruni Ocaña muove efficacemente come pedina d’innesco drammaturgico tra un cambio scena e l’altro, tra i monitor onnipresenti come big brother per proiettare tappezzerie anni Settanta, ritratti dei leader politici e simboli del business seriale targato Usa. Ma ogni schermo è anche tavolo da lavoro, corrente fredda e disimpegno intimo tra Frost e la fidanzata Caroline, conosciuta in aereo battibeccando di gossip e capitali da visitare.
L’usura del politico Nixon sudaticcio e corrugato è uno strepitoso De Capitani che passeggia rigido, sinistro e marziale da un estremo all’altro dello studio o della sua residenza a San Clemente, California. Dalle sue pose concordate a tavolino scorre una curva di alti e bassi, come i picchi d’ascolto televisivo: prima il fiato lungo della conferenza stampa, in cui fa prove da gradasso, poi i denari da mendicare attraverso il fido e malefico agente Swifty Lazar. Duecentomila dollari la cifra vergata sul primo assegno da Frost per un ciclo di sessioni sull’uomo Nixon, la guerra in Vietnam e, soprattutto, l’impeachment del 1972, scatenato da intercettazioni abusive nel quartier generale del Comitato Nazionale Democratico. Da allora Watergate si è imposto come sinonimo, per quel suffisso, -gate, che la gergalità politica e giornalistica internazionale sfruttano per classificare esempi di corruzione e coinvolgimento illecito.
Frost e Nixon ruotano su due poltrone da salotto mediatico, in un circuito di telecamere dove si fissano tra rivalsa e incoscienza, cedimenti e riprese con i rispettivi staff in trepidazione. I retroscena dello scandalo presidenziale devono il merito dell’esperimento televisivo a quei documenti recuperati da Jim Reston per il countdown finale che assegna la palma all’inglese egocentrico e facilone con il fegato di insistere su una faccenda bollente fino a recuperare e far lievitare ogni dollaro di investimento pubblicitario.
L’odore che si respira mentre torna l’avverbio «quanto» o mentre si smania per scoprire perché il presidente graziato dal perdono del suo successore Ford non abbia distrutto i nastri del Watergate è proprio di una guerra che, lo si ripete, per essere tale non deve ammettere regole. Il ring Frost/Nixon riproduce lo scavalcamento agile e impenitente di un contratto come di una costituzione nazionale, in nome della legge e dello share si compiono i delitti e le nefandezze più ostili al «candore» che si vorrebbe sgorgasse dagli atti.
Se nella pellicola di Ron Howard la lentezza dell’ascesa di Frost, camuffata dai suoi vizi e dalla sete di denaro e popolarità di Richard Nixon, si appropria di primi piani e scene d’interni dove tutto deve apparire fumoso e contorto, in teatro i concetti ossessivamente ribaditi e cantati di «diplomazia moderna, amicizia politica e distensione» sanno riassumere quell’immobilità concessa al capo laido. La squadra di giovani che pungola e incalza Frost dietro le quinte è il monitor umano dell’ecatombe vietnamita tra il 1960 e il 1975, delle cene cui il ritroso Nixon ha preso parte abbozzando barzellette fuori luogo per le quali solo il suo braccio destro, il maggiore Jack Brennan, improvvisa risatine di indulgenza plenaria.
L’affondo arriva ad armi pari, quando Frost smette di capire se dovrà chinarsi in avanti o restare rilassato a schiena indietro per far credere al nemico d’aver campo sgombro. Sono gli scoop e le carte a mettere definitivamente all’angolo Nixon, e il silenzio della sala sotto i riflettori spalmati su ogni lato accetta il compromesso di una tattica di indebolimento con macchie che l’avversario non potrà lavare dalla storia. Indulgere all’abuso d’autorità e mistificare il reato rievocano l’orrore della rimozione e l’ex presidente apre la bocca in segno di sconfitta, la fine passa dal suo respiro mozzato e da una parola che comincia a rarefarsi provando forse la sensazione di quella giovane che gli ha sputato in faccia dopo i disastri militari.
La responsabilità politica, per la prima volta, viene confessata nel paradosso finto di uno studio televisivo che le rifà i connotati: sono stati errori di testa e non di cuore, per come l’errore andrebbe inteso nel senso di ammissione agli occhi del popolo agonizzante. Le poltrone si svuotano, il vincitore è sancito e Jim Reston sospende il racconto dopo un ultimo quadro del pensionato Nixon ridotto in cattività borghese su un campo da golf. Il saluto trionfale è solo di Frost e del suo show, tripudio del nuovo intrattenimento dove qualsiasi bugia è snudata dalla sua stessa verità apparente.

Fino al 10 novembre 2013 – Teatro Elfo Puccini, Milano

Frost / Nixon

di Peter Morgan
traduzione di Lucio De Capitani
uno spettacolo di Ferdinando Bruni e Elio De Capitani
con Ferdinando Bruni David Frost, Elio De Capitani Richard Nixon
Luca Toracca Swifty Lazar, Alejandro Bruni Ocaña Jim Reston, Claudia Coli Caroline,
Matteo de Mojana John Birt, Andrea Germani Bob Zelnick, Nicola Stravalaci Jack Brennan

(Gabriele Calindri voce registrata di Mike Wallace)
luci Nando Frigerio, suono di Giuseppe Marzoli
una co-produzione Teatro dell’Elfo e Teatro Stabile dell’Umbria
con il sostegno di Fondazione Cariplo
lo spettacolo è inserito nel programma di “Autunno Americano” del Comune di Milano


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