Cosimo Pacciani
La City dei Tartari
2 Novembre Nov 2013 2117 02 novembre 2013

Viaggio nella City che cambia. Il trionfo del Microcorporate

Think Big, Be Small!

Ricordo, nelle giornate del primo inverno del Credit Crunch, questo fenomeno degli amici che avevano perso il lavoro nelle grandi banche di investimento e li trovavi, nei posti piu’ disparati, tutti presi in nuove attivita’. Uno di loro mi si avvicino’, con un cappotto militare, come un reduce del Vietnam, e tiro’ fuori dalle tasche alcune palline di legno. ‘Pellets!’ mi disse, con occhi spiritati. ‘L’energia del futuro! Ho creato un fondo che li commercializza in Europa dell’est…’. Un altro me lo trovai chef in un ristorante di Peckham, tutto preso ad imparare i misteri della cucina giamaicana, per esportarli non so dove, Cina, Romagna, Canada. Tempi strani, in cui, dopo anni di reclusione quasi forzata nei piani alti o semplicemente ringfenced (quelli dove potevi entrare solo dopo aver passato due livelli di sicurezza, a meno che tu non fossi il ragazzo del Pizza delivery), molte menti piu’ o meno brillanti, ma, di solito, mediamente ben educate ed ostinate, si trovarono fuori, nel mondo semi-ostile della Londra e dei grandi centri finanziari del dopo-Crunch.

Molti sono tornati nella finanza, o si sono accasati attorno alla chiesa di Mayfair, dove hanno la loro sede tutti i grandi hedge funds, o verso Tech City, questa conurbazione di piccole e medie societa’ di  tecnologia ed informatica avanzata e case di produzione multimediali. Londra cambia pelle, senza perdere quella spinta mercantile e commerciale che l’ha sempre contraddistinta, dai tempi dei Romani. Il centro nevralgico rimane la City, ma l’odore di business, di denaro sempre meno facile, ergo piu’ entusiasmante da trovare, continua ad aleggiare sopra la citta’, come uno smog che nessuna regolamentazione bancaria riuscira’ mai ad eliminare. Ed e’ questo il segreto di questo mondo, e’ quella ostinata ricerca di una maniera di far fruttare i soldi, la caccia allo yield, al ritorno economico. Ed accade, oggi, anche in maniere insolite, riscoprendo il piccolo, l’artigianale. I ragazzi dei Master provano ad inventarsi mondi nuovi, anche antagonisti al grande capitale ed ai grandi corporate. Vicino a casa mia, lungo il fiume id Putney, tre amici hanno messo su una societa’ che si chiama CoffePod, che produce capsule per le macchinette leggermente meno care e sicuramente piu’ reperibili di quelle della Nespresso, con una forma che si adatta alle macchine della multinazionale e, senza apparentemente infrangere alcun brevetto, stanno avendo un buon successo. A poche centinaia di metri di distanza, si trova Rude Health, altro gruppo di giovani che producono cereali per colazione, porridge, usando ingredienti di alta qualita ed anche loro vendono ai supermercati locali, ai corneshop. Sempre nella zona si trovano due piccole imprese di italiani, che vendono cioccolatini di lusso e prodotti sardi. Forse, una deriva del movimento slow food, forse una necessita’ di pensare in grande, cominciando dal piccolo, ma Londra e’ piena di persone che ci provano, di imprese, ristoranti, piccoli produttori e rivenditori, come gli amici di Tuscanic, una specie di bar per le merende che non disdegnereste sulle colline del Chianti o lungo le argille di Volterra. Il piccolo che vuol diventare grande, o comunque l’altro spettro di chi crea un business per farlo diventare un competitor mondiale. Queste esperienze competono localmente, in ambiti che contano comunque centinaia di migliaia di potenziali consumatori, e scelgono la qualita’, la specificita’ del prodotto, l’artigianato.

Un’altra piccola lezione che arriva da Londra, per chi pensa che la crescita debba arrivare con investimenti a pioggia, grandinate di soldi e di investimenti, e non con i piccoli passi, gli inciampi e l’esperienza di chi ci prova ogni giorno, a vendere dieci scatole di cereali in piu’ al negozietto di Barnes, a chi si inventa un desiderio fittizio di burrata e nduja fra la clientela inglese. In un paese dove e’ possibile fare impresa partendo da poco, dove il credito in qualche maniera funziona e dove tutto ti insegna che la propensione al rischio, in momenti di crisi, deve aumentare e non svanire. Get small, think big, take risk.

E, parlando con alcuni di questi imprenditori, le strutture societarie sembrano uscite da libri di consulenti a cinque stelle, con azionisti, obbligazionisti, strutture di societa’ veicolo e parent companies, direttori con opzioni e venture capitalists che forniscono il primo capitale, se non attraverso strutture di crowdfunding. Da un lato tradizioni riscoperte, dall’altro la finanza migliore a servizio dell’impresa.

Queste persone non sono venturers, o biscazzieri del mondo corporate, ma persone che applicano quello che hanno imparato, in anni ed anni di modelli finanziari, valutazioni, nel loro mondo, nel loro quartiere. Prima ancora che si parli di moda, probabilmente, si deve capire che esiste un’esigenza umana, che ci appartiene come razza, ma che abbiamo provato a dimenticare, all’impresa, al salto nel vuoto. E tutto funziona meglio dove sai che nessuno ti proteggera’ dal contatto con il pavimento, ma tutto congiura ad allenarti a saltare per bene.

Non ho avuto nulla dalle societa’ e dalle persone menzionate in questo post, che sia chiaro, ma, da analista abituato a leggere passato, presente, futuro e psicogeografie varie, mi sono reso conto che esiste un trend, che esistono delle direttrici di un’esplosione del microcorporate che dovrebbero essere studiare piu’ a fondo.

Soundtrack – Red Lights Company – Scheme Eugene

http://www.youtube.com/watch?v=RBQC27rcRAI

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook