A urne chiuse
4 Novembre Nov 2013 0943 04 novembre 2013

La sinistra di Ichino: perché no?

Pietro Ichino, com'è noto, è stato il guru economico di Matteo Renzi alle primarie del 2012. Le sue ricette sono diventate - un po' grazie a sapiente propaganda del fuoco nemico, un po' a causa del loro carattere inusuale per la sinistra italiana - il simbolo stesso del liberismo che, in una certa letteratura fassiniana, «ci porta alla catastrofe».

Ichino - che nel frattempo è passato a Scelta Civica, attirandosi altri dardi dal suo onnipresente avversario Fassina - oggi è tornato a dire la sua sulle primarie del Partito democratico. In un post pubblicato sul suo sito, il professore interviene in un dibattito aperto da un'intervista di Renzi al Messaggero, che ripropone il suo Codice semplificato del lavoro (l'aveva già fatto l'anno scorso, stimolando i J'accuse di larga parte del partito).

Secondo Renzi, le norme sul lavoro «vanno cambiate, semplificate. […] Non cancellerei lo Statuto dei lavoratori. […] Immagino un codice del lavoro che abbia 60-70 regole che comprendano anche i paletti stabiliti nel ’70, per quanto riguarda tutele e diritti. […] Va semplificata e resa più chiara la possibilità di offrire lavoro». Sembrerebbe una proposta ineccepibile, se non fosse che c'è chi ci vede esempi negativi, attacchi all'art.18 e svolte verso un regime pressoché privo di tutele. Cesare Damiano - deputato PD - scrive che «immaginare di ridurre tutto a 60-70 regole in un complesso così stratificato di norme è un po’ come tornare all’idea di contratto unico a tempo indeterminato di Ichino, una proposta che però consentiva all’imprenditore di licenziare senza vincoli».

In realtà - scrive Ichino - «Se l’ex-ministro del Lavoro del Governo Prodi si fosse curato di dare un’occhiata al disegno di legge n. 1873/2009 nella passata legislatura, e ora alla nuova edizione del progetto di Codice semplificato del lavoro contenuta nel disegno di legge n. 1006/2013, avrebbe potuto constatare agevolmente che la semplificazione è perfettamente compatibile con il mantenimento dell’articolazione attuale dei contratti di lavoro», nonché «che la disciplina della stabilità del lavoratore ivi proposta non consiste affatto nella pura e semplice “libertà di licenziare senza vincoli».

Continua il professore: «nella teorizzazione di questa equazione semplificazione=precarietà si annida la causa della complicazione; in queste parole si manifesta la paura di tanta parte della sinistra italiana attuale nei confronti di un diritto del lavoro che possa essere immediatamente letto, capito e applicato senza fatica da milioni di persone senza la necessaria intermediazione di consulenti, sindacalisti, funzionari, avvocati e giudici (auguri, Matteo!)».

Rimane dunque da comprendere perché - argomenta il giuslavorista - i suoi avversari più accaniti e para-ideologici «si nascondano dietro pretese impossibilità tecniche: quel progetto è lì proprio per dimostrare che la cosa è tecnicamente fattibilissima. A meno che essi non difendano, in realtà, la complessità della legislazione del lavoro in quanto presupposto del potere della casta dei “sacerdoti dei sacri misteri”, cui appartengono i sindacalisti al pari dei funzionari delle associazioni imprenditoriali, il ceto dei giuslavoristi al pari di quello dei consulenti del lavoro. Ma allora questo sarebbe tutt’un altro discorso. Varrebbe davvero la pena, finalmente, di esplicitarlo». Più che accuse sterili e pregne di retorica novecentesca - come molte di quelle che, negli anni, gli sono state indirizzate - queste parole a me, personalmente, sembrano ragionamenti condivisibili. E la direzione che indicano perlomeno auspicabile, visti i tempi e le necessità. Un PD subalterno al sindacato non solo non serve a nessuno, ma non fa gli interessi dei lavoratori.

Rimane, dunque, un interrogativo di fondo, cui nessuno - da Fassina, a Damiano, passando per i nuovi sacerdoti del purismo identitario come Civati - ha saputo rispondere: perché non la sinistra di Pietro Ichino?

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook