In mezzo a un ponte
In mezzo a un ponte
6 Novembre Nov 2013 1829 06 novembre 2013

Shale gas e il decisionismo da importare

Qualsiasi argomento in Italia diventa oggetto di un dibattito assurdo, fatto di slogan e mai  approfondito come si deve.

Una delle ultime occasioni è stata causata da un'incomprensione sulle parole del Ministro dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato sul cosiddetto "shale gas". In breve, alcuni avevano inteso e diffuso la notizia che avesse annunciato l'avvio delle estrazioni nel nostro Paese di questo gas, prodotto dalla fratturazione delle rocce di argilla nel sottosuolo. In realtà ha poi precisato che parlava di importazione e non di estrazione. Al di là di qualche tentativo in Toscana, non sembra che sia economicamente sensato lanciarsi in attività estrattive in Italia, dove la geologia è molto sfavorevole, al netto dei sicuri comitati del no che sorgerebbero ai primi carotaggi. 

Perché tanta attenzione allo shale gas? Perché mentre noi ribadiamo il no al nucleare - senza peraltro aver ancora completato lo smantellamento dei siti nucleari decisi dal precedente no del 1987 -, e ci arrabattiamo con più o meno avvedute strategie energetiche nazionali, gli Stati Uniti stanno vivendo una vera e propria rivoluzione energetica. La (ri)scoperta di questa fonte sta modificando il piano energetico americano e sta per produrre significative ripercussioni a livello mondiale. La geografia "argillosa" vede infatti una serie di paesi fornitori molto diversi da quella del petrolio, con tutto quello
che ne consegue. Pensare che gli USA potessero diventare energeticamente indipendenti, infatti, era un'utopia solo 10 anni fa.

Ma oltre all'importanza strategica dell'indipendenza energetica, è il modello decisionale sottostante che ha molto da insegnare alla nostra classe dirigente. Il fracking di queste rocce argillose ambientalmente ha sicuramente delle controindicazioni, sia per le ingenti quantità di acqua necessarie sia per le probabili ripercussioni sotterranee. Ma il piatto della bilancia ha fatto pendere la scelta dell'amministrazione Obama dalla parte del "fare", perché questa rivoluzione energetica si porta dietro anche un'industria relativa alle infrastrutture necessarie con investimenti remunerativi e occupazione.

Di fronte all'obiettivo dell'indipendenza energetica e della garanzia dell'occupazione, anche il più grande paladino della green economy - che di certo non viene abbandonata perché è nel mix delle fonti energetiche che sta l'equilibrio di un paese -  ha capitolato.

Non so se importeremo mai il gas dagli Stati Uniti, ma non sarebbe male importare il decisionismo che fa di un paese grande, un grande paese.
 

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