Daniele Marini
Palomar
7 Novembre Nov 2013 1113 07 novembre 2013

Il welfare parallelo: le famiglie

La famiglia continua a essere la vera grande risorsa del nostro Paese, un sistema di “welfare parallelo”. Quella cui facciamo riferimento come valore e sostegno concreto. Non solo dimensione ideale, di affetti e di relazione, ma anche rete di sostegno cui appoggiarsi nei casi di necessità. Nonostante si sia profondamente modificata negli anni e le cui forme siano ben distanti dalle discussioni e rappresentazioni, a volte stucchevoli, cui assistiamo nel dibattito pubblico e politico. In Italia si discute molto di famiglia, ma siamo lontani dall’avere una politica e servizi adeguati. O, meglio, dovremmo parlare di famiglie al plurale. Sì, perché si stanno trasformando profondamente. E non solo perché fanno meno figli. Basti pensare che nel decennio scorso (2000-2009), rispetto a quello precedente (1990-1999), i matrimoni preceduti da una convivenza sono più che raddoppiati passando dall’11% al 27%. E nel Nord del Paese questa soglia è prossima ormai al 50%. In altri termini, quasi una giovane coppia su due, esce di casa per andare a convivere. Quindi, fa un figlio e poi si sposa. Nel frattempo stiamo ancora discutendo sul riconoscimento dei diritti alle coppie di fatto. Per non dire poi dei matrimoni fra persone di nazionalità diversa: sono oltre un decimo fra quelli che vengono celebrati (13,9% nel 2009). Famiglie coniugate, complesse, monogenitoriali, single, ricostituite, non coniugate: tutte tipologie diverse di famiglie, al plurale appunto. Eppure, continuano a costituire silenziosamente il nostro welfare dal basso, la rete diffusa di sostegno. Risorsa che, come raccontano gli economisti, è anche quella che consente all’Italia di sopportare (per quanto ancora?) meglio di altri paesi le sferzate che la crisi economica sta infliggendo. Le famiglie italiane sono meno indebitate, hanno investito maggiormente in beni solidi (la casa). Sono il vero welfare che sta sostenendo oggi le giovani generazioni: nell’incerto transito nella ricerca di un lavoro, offrendo la casa quando decidono di convivere (e poi sposarsi), utilizzando i risparmi e gli investimenti accumulati nel tempo, quando erano ancora possibili. Risparmi, però, che oggi si stanno consumando più di quanto si riescano ad accantonare in questa fase, generando così preoccupazione e contenimenti dei consumi.

Il network della solidarietà

L’indagine LaST (Community Media Research – Questlab per La Stampa, www.indaginelast.it) lo mette in evidenza una volta di più e assieme alle reti amicali e a quelle dei mondi dell’associazionismo e del volontariato, le famiglie sono un elemento fondamentale del nostro capitale sociale. Famiglia, amici, volontariato: sono i tre fili dell’ordito che costituisce quella rete cui la popolazione ritiene di contare in caso di difficoltà, a cui si rivolgerebbe per chiedere un aiuto. I servizi pubblici del Comune e dello Stato, assieme ai concittadini, si collocano al fondo di questa classifica virtuale delle reti di sostegno. Dunque, sono ancora le reti corte a funzionare come supporto, mentre via via che ci allontaniamo dalla cerchia delle conoscenze dirette, tale rete sembra avere una trama molto più esile.

Le reti di sostegno e i territori

La gerarchia della solidarietà è assolutamente delineata, ma sconta una significativa differenziazione territoriale. Come se il capitale sociale del nostro Paese fosse contrassegnato da una forte disuguaglianza, come peraltro dimostrato ampiamente da Cartocci (Mappe del tesoro, Mulino). Al primo posto, com’è facile attendersi, per una richiesta di aiuto oltre quattro quinti si rivolgerebbe alla famiglia e alla rete parentale (83,1%). Tuttavia, questo orientamento se è condiviso omogeneamente dal Centro al Nord dell’Italia, diminuisce sensibilmente nel Mezzogiorno (77,6%). Al secondo posto, l’attenzione si rivolgerebbe alla sfera amicale, in particolare nel Nord Est (74.0%) e nel Nord Ovest (62,0%). Viceversa, è ancora una volta il Mezzogiorno a conoscere un esito largamente inferiore (44,4%). Più distanziato viene il mondo del volontariato, ma una volta di più con diversità territoriali. Il Nord Est si conferma l’area con una maggiore diffusione di queste esperienze e cui la popolazione si rivolgerebbe per una richiesta d’aiuto (44,3%), seguito dal Nord Ovest (38,9%). Chiude il Mezzogiorno (19,4%) dove questa rete di supporto non appare ancora molto sviluppata. A questi primi capisaldi, fa seguito un’abbinata di attori: la parrocchia (17,3%) e i vicini di casa (15,4%). Come si può osservare, allontanandoci dalle sfere primarie, le reti divengono in misura minore un riferimento. In questo caso, però, se la parrocchia costituisce un àncora soprattutto nel Nord Est (21,5%), dove tradizionalmente la Chiesa ha rappresentato un pezzo sostanziale del sistema di welfare locale, nel Mezzogiorno prevalgono i vicini di casa (20,7%). La dimensione della comunità amicale in questi territori costituisce una forma di solidarietà che si somma a quella familiare, più che altrove. In fondo alla classifica incontriamo i servizi pubblici (Comune: 11,6%; Stato: 8.4%) e i concittadini (10.1%). Dunque, se può essere comprensibile la percezione di una distanza della comunità locale da parte degli interpellati, soprattutto per chi vive nelle città, più problematico è il ruolo assegnato ai servizi pubblici, distante e di scarso affidamento. Di più, va sottolineato come nel Mezzogiorno la quota di persone che si affiderebbe ai servizi pubblici è di quasi un terzo inferiore (5% circa) rispetto ai cittadini del Nord (13% circa).

I profili delle reti di protezione

Sommando le reti cui gli interpellati si appoggerebbero in caso di necessità, è possibile identificare una misura di sintesi che aiuta a definire le dimensioni e l’intensità del network di sostegno di cui dispone la popolazione. Ne scaturiscono così tre tipologie.

La prima è di chi dispone di “reti solide” che raccoglie poco più della metà degli intervistati (52,1%). A comporre questo profilo è in particolare la componente maschile, chi abita nel Centro-Nord, chi occupa una posizione professionale elevata (imprenditori e dirigenti). Soprattutto, la solidità di queste reti è fortemente connessa a due fattori: l’età e il titolo di studio. Via via che aumenta l’età diminuisce la percezione di poter fare affidamento a qualcuno. Ma ad aumentare del titolo di studio posseduto, aumenta proporzionalmente la possibilità di avere reti di relazioni più estese. Dunque, titolo di studio elevato, elevata qualificazione professionale e vivere in contesti economici favorevoli sono fattori positivi per la costruzione di reti di solidarietà più estese in caso di necessità.

Il secondo gruppo è rappresentato da quanti dispongono di “reti esili” (33,8%). Non si tratta di persone prive di reti, ma di quanti faticano a disporre di possibili sostegni al di fuori della sfera familiare e amicale. In questo caso, questo profilo è particolarmente sostenuto dalla componente femminile, dai più anziani (over 65), da chi è ai margini (disoccupato) e al di fuori del mercato del lavoro (casalinghe). È un gruppo che si potrebbe definire border line, ovvero di coloro i quali finché non accadono particolari eventi traumatici riescono a essere autonomi in caso di necessità, grazie alla rete parentale. Ma se dovesse accadere un episodio particolarmente problematico si troverebbero a non riuscire a ottenere i sostegni necessari.

Il terzo gruppo costituisce una quota minoritaria, benché non marginale: quanti sono “senza reti” (14,1%). In questo gruppo ricadono coloro che non dispongono totalmente o hanno pochissime reti di riferimento in caso di necessità. Anche quella familiare appare debole. Il loro profilo è particolarmente rappresentato da chi ha oltre 55 anni, quanti occupano posizioni marginali sul mercato del lavoro (operai e disoccupati) e non sono più attivi (pensionati), chi ha un titolo di studio basso. Ma soprattutto, chi risiede nel Mezzogiorno. In questo caso, la dimensione territoriale rappresenta un fattore determinante e rimanda a problemi che la crisi economica ha resi ancora più acuti, in particolare la dove il capitale sociale è meno sviluppato.

Welfare pubblico e reti di solidarietà

Il problema è che troppo spesso sono lasciate sole a gestire situazioni complicate: la scarsità di servizi per l’infanzia e gli asili per i (pochi) figli minori spinge le giovani coppie a dover fare affidamento ai nonni o alla rete parentale; sono ancora poche le imprese attente alle problematiche della mamme lavoratrici; per non dire della quantità di donne migranti che assistono gli anziani nelle loro case. Ciò non toglie che sul territorio nazionale, in particolare in alcune regioni, esistano servizi pubblici (e anche del privato sociale) efficienti e all’avanguardia. Ma si tratta di casi e non di un sistema. Per di più, la crisi delle risorse pubbliche rende tutto più complicato per il pubblico: da un lato, dispone di mezzi economici calanti; dall’altro, le domande di servizi da parte della popolazione tendono ad aumentare e soprattutto a diversificarsi. Questo spiega perché nelle rappresentazioni sociali, più ancora che nella realtà, i servizi pubblici hanno un ruolo marginale nell’immaginario collettivo. A loro ci si rivolge quasi in ultima istanza, se non si dispone di altre possibilità. In questo atteggiamento bisogna però anche riconoscere la dimensione della dignità individuale. Rivolgersi al pubblico in caso di necessità significa rendere palese la propria difficoltà: può essere stigmatizzante agli occhi degli altri. Fin che si può, meglio rivolgersi alla rete familiare, parentale o amicale. In casi estremi, a chi lucra sui prestiti, agli strozzini. È il senso del pudore che subentra in queste scelte. Nello stesso tempo, però, questi fenomeni raccontano di quanta strada non solo organizzativa, ma anche culturale si debba compiere per affermare il servizio pubblico non come alternativo, ma integrativo della sfera familiare.

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