Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
8 Novembre Nov 2013 1806 08 novembre 2013

Per guarire racconta...


Il Guaritore, regia Leo Muscato; foto di Pino Montisci

Sto seguendo, con crescente interesse, il programma “Tutto Esaurito!”, ovvero il mese di teatro alla radio, curato da Antonio Audino e Laura Palmieri per Radio3Rai. È una bella iniziativa, non solo perché fa riascoltare le voci “celebri” del passato, ma anche per scoprire – o riscoprire – voci nuove della nostra scena, magari in versione “live”. Così, lo studio A di via Asiago a Roma, si trasforma in un vero e proprio teatro, in cui un pubblico scelto e appassionato partecipa alla “diretta”.

L’altra sera, ad esempio, era la volta de “Il guaritore” di Teatro Minimo: che non è certo un gruppo “nuovo” (ricordo i loro brillanti esordi, un po’ di anni fa), ma che si è imposto come una delle realtà più significative del teatro italiano.

La compagnia viene da Andria, Puglia. E dalla terra d’origine porta in dote un gusto fortemente popolare, terrigno, materico, addirittura da “realismo magico” capace com’è di intrecciare miti e leggende con la più aspra e quotidiana realtà. È quasi un “teatro all’antica italiana”, il loro, fatto di parole e storie, di recitazione e attori.

E “Il guaritore”, opera vincitrice del prestigioso Premio Riccione, ne è un piccolo ma significativo esempio: testo del bravo Michele Santeramo, regia di Leo Muscato e protagonista Michele Sinisi. La scrittura di Santeramo ha dalla sua una capacità di investigare l’animo umano, e di tessere trame che sono scandaglio di piccole fragilità: come porte che si schiudono su squarci di vita, lasciando intravedere momenti, fotografie di attimi - tragici, gioiosi, grotteschi che siano. E vi è una capacità di guardare alla tradizione della drammaturgia italiana popolare (non esclusi Viviani o De Filippo) cogliendone l’attenzione al dato eminentemente reale, al racconto umano, che da dettagli sa svelare – o almeno suggerire – tragedie più ampie, condivisibili. Magari mescolandoli con tensioni certo più d’oggi, che attingono anche al teatro dell’assurdo o alle spirali verbali, individuali eppure collettive, di Pinter.

Così è per “Il guaritore”, sorta di apologo, o parabola, che pare mettere assieme l’inquietudine pirandelliana con l’incomunicabilità beckettiana, e immette subito lo spettatore in una situazione limite. Un vecchio che sembra avere poteri taumaturgici, attaccato a una flebo, assistito da un fratello sarto factotum, accoglie in casa figure marginali, bisognose di guarigione. Ecco, allora, una donna incinta e nevrotica che non vuole tenere il figlio; ed ecco la coppia in crisi – lui pugile – che invece annaspa in cerca di identità e di futuro. Sospesi in un tempo senza tempo, i tre non sanno più raccontarsi, non sanno più parlarsi: non sanno esternare, sostanzialmente, quel nodo, quel non-detto che rovina la loro esistenza. Al Guaritore il compito – semplice, banale, povero – di rimettere a posto le storie, di ricollegarle tra loro, di ricomporre i tasselli facendo semplicemente “parlare”, raccontare, i suoi ospiti: facendo riscoprire nella parola il balsamo di tanti mali. La storia, dunque, procede semplicemente, forse prevedibilmente, al di là del plot: non è quello che importa.

Ed è affidata a un bravo attore, Michele Sinisi – qui alle prese con una barba posticcia troppo posticcia e dunque problematica – che magneticamente sa tenere le redini del redde rationem dei vari personaggi. Così, attorno alla capacità e all’autorevolezza d’ascolto del Guaritore, le due donne coinvolte mostrano tensioni e amarezze tutte contemporanee, vere e vive; mentre il pugile oscilla tra nostalgie e paure che svelano una incapacità generativa non solo fisica.

Nell’insieme, appare troppo fragile – ma forse perché vista nello studio Rai – la regia di Muscato, che si limita a schierare tutti frontalmente utilizzando una lunga panchina (scene e costumi sono di Federica Parolini) che taglia a metà il palcoscenico, come appoggio e stazione; salvo poi chiedere un entra/esci di personaggi un po’ farraginoso.

E così, se Sinisi, centrale, svetta come interprete, i comprimari - Vittorio Continelli, Simonetta Damato, Gianluca Delle Fontane, Paola Fresa – segnano a volte il passo, soprattutto le signore attrici.

Ma questo breve, minimo, affresco è di angosciante attualità: si avverte quel bisogno di cure, di guarigione, di chi – e siamo tanti – cerca ancora confusamente il senso del proprio stare al mondo; il valore della propria identità, mortificata dalla povertà e dalla mancanza di prospettive; la voglia di fare i conti con il proprio vissuto che non dà però alcuna serenità…

C’è tutto, qui: sussurrato, suggerito, evocato. Con l’allusione e l’illusione che un guaritore potrebbe salvare la vita. 

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