Zhongnanhai e dintorni
8 Novembre Nov 2013 1659 08 novembre 2013

Sul plenum del Pcc le "speranze" occidentali. Ma i cinesi?

Il terzo Plenum del Partito comunista cinese - in programma dal 9 al 12 novembre - attira ormai da mesi l’attenzione della stampa e degli studiosi di tutto il mondo, segno inequivocabile delle ripercussioni internazionali delle decisioni che saranno prese a Pechino. Per molti il semplice fatto che, dopo il 1989, la riunione di un partito che si richiama al marxismo e al leninismo (e non solo) possa decidere in parte i destini dell’intera comunità internazionale equivale quasi ad una bestemmia. La storia, infatti, doveva essere giunta da tempo alla stazione finale: quella del trionfo del capitalismo e della democrazia occidentale. Così non è stato (almeno per ora). Ed è per questo che, con malcelato dispiacere, si sottolinea come tra le ipotesi di riforme che saranno oggetto di discussione non ci sia quella del sistema politico cinese che vede la supremazia del Partito comunista. Hanno un bel da fare Xi Jinping e compagni a parlare di lotta alla corruzione o di maggiore trasparenza nei processi decisionali: se non porranno in discussione il loro potere, di riforma qui da noi non si parlerà mai. Per questo motivo - in attesa di tempi migliori -  si è scelta una via breve (che piace praticare anche a molti trekker della sinistra più o meno radicale): negare il carattere socialista della Cina popolare e derubricarla a Stato capitalista e autoritario (già che si siamo, pure imperialista). Sia mai che qualcuno pensi che un partito comunista sia alla guida di un Paese che sarà presto prima potenza economica.
Fatta la lunga premessa, torniamo alle ipotesi di riforma in campo, non per analizzarle (lavoro in cui in molti sono occupati da mesi, bene o male), ma per capire se queste siano, per puro caso, il riflesso delle nostre priorità più che di quelle del popolo cinese. Ad esempio: siamo proprio sicuri che laggiù siano così desiderosi di mettere in discussione il dominio del Pcc? Che si alzino la mattina pensando che sia questa la priorità della Cina che si è affacciata da primo attore sul Ventunesimo secolo? Ebbene, alcuni indizi ci dicono che così non sia proprio. Non solo perché gli ostinati comunisti cinesi si ostinano a sottolineare la centralità del loro partito  - un documento in questo senso è stato pubblicato oggi dal Quotidiano del Popolo -  ma soprattutto perché in qualche modo i cinesi stessi si sono espressi. E con uno strumento che a noi democratici occidentali piace tanto: il sondaggio pubblicato in prima pagina da un quotidiano. Ebbene, è quanto ha fatto il Global Times proprio alla vigilia del Plenum, basandosi su un campione di cittadini di età superiore ai 18 anni e residenti a Pechino, Shanghai, Guangzhou, Chengdu, Xi'an, Changsha e Shenyang. Secondo il sondaggio - per il quale oltre il 60% degli intervistati seguirà con attenzione la sessione plenaria - le priorità sono quelle legate al benessere sociale, alla distribuzione del reddito e alla lotta alla corruzione (percentuali dall’80 al 50%). Solo il 33% - in rappresentanza di un élite culturale e sociale - desidera, invece, che vengano approntate riforme in campo politico. Ma non è tutto: dalle critiche emerse, dirette principalmente al tempo perso in materia di riforme, a salvarsi è proprio il governo centrale, di contro alle autorità locali e ai gruppi di pressione che riscuotono meno simpatia. 
Che dire? Forse i cinesi non vogliono sbarazzarsi del Partito che fu di Mao, ma preferiscono che affronti con decisioni problemi come quello della distribuzione del reddito
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