Mercato e Libertà
12 Novembre Nov 2013 1254 12 novembre 2013

Il collasso dell’economia greca era inevitabile

Di norma non commento grafici economici perché il 90% degli errori dei commentatori derivano proprio dall’osservare un grafico (di norma una correlazione tra due variabili) illudendosi che dica qualcosa. Oggi farò eccezione, ma solo per decorare il ragionamento che segue.

Il grafico mostra gli investimenti lordi greci (totali e fissi) rispetto al PIL greco dal 2000 al 2012, e l’avanzo commerciale greco nello stesso periodo, che è negativo perché la Grecia è importatrice netta di capitali. La correlazione tra i tre grafici è praticamente perfetta: anzi, una riduzione (aumento) del tasso di investimento corrisponde ad un aumento (riduzione) dello stesso ammontare dell’avanzo commerciale.

Partiamo da due identità contabili (no, non una teoria: identità, cioè tautologie):

Investimenti = Risparmi + Avanzo pubblico + Disavanzo commerciale

Disavanzo commerciale = Aflusso di capitali dall’estero

Un paese può investire soltanto ciò che risparmiano i suoi cittadini, ciò che risparmia lo stato (l’opposto del deficit) e i capitali che vengono importati dall’estero: i semi che un paese può piantare sono quelli che non consuma il settore privato, che non consuma il settore pubblico o che vengono dall’estero.

Siccome i risparmi non variano molto col ciclo, e se variano aumentano di poco in recessione, e siccome l’avanzo pubblico peggiora in recessione, il tasso di investimenti di un paese deve necessariamente ridursi se il paese subisce un crollo dei fondi esteri, venendo a mancare la terza componente del finanziamento. I semi risparmiati dai privati aumentano poco, i semi risparmiati dal pubblico si riducono, e crollano quelli provenienti dall’estero: la somma complessiva crolla, e quindi crolla il raccolto dell’anno successivo.

Visto che una riduzione degli investimenti non può che influenzare negativamente la produzione, ritengo che la crisi greca sia dovuta in buona parte alla diminuzione dell’afflusso di capitali esteri. L’unico modo per evitare la crisi, dal 2009 in poi, sarebbe stato perpetuare un afflusso di capitali economicamente insostenibile.

Non c’entrano niente la domanda aggregata, l’austerità, l’illiquidità delle banche: la Grecia non avrebbe mai potuto continuare in eterno a ricevere afflussi di capitale annui pari al 10-15% del PIL. E con questo, tanti saluti anche alla bizzarra idea secondo cui se i tedeschi risparmiassero di meno l’economia greca ripartirebbe: con quali fondi verrebbero finanziati gli investimenti greci?

Una brutta conseguenza di tutto ciò è che pressoché qualunque cosa si fosse fatta dal 2009 in poi il risultato sarebbe stato bene o male lo stesso: un crollo del PIL.

Pietro Monsurrò

@pietrom79

NB: le identità contabili riguardano solo grandezze contabili: se i prezzi relativi cambiano, cambiano le grandezze reali sottostanti. Sto supponendo quindi che il crollo degli investimenti nominali rappresenti un crollo reale della quantità di risorse reali investibili (i semi risparmiati), e non cambiamenti meramente nominali.

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