Cosimo Pacciani
La City dei Tartari
13 Novembre Nov 2013 0135 13 novembre 2013

Il cuore del paese (e' un deserto)

Ad Enna non c’e’ la spiaggia e forse di demaniale c’e’ poco, a parte le caserme e le scuole. Ogni volta che ho attraversato la Sicilia, una delle mie regioni del cuore, c’era sempre qualcuno che mi diceva ‘Enna? Beh, e’ vicina a Piazza Armerina, patrimonio dell’umanita’’ e questo mi dava la misura della zona, un altro di questi deserti nascosti e latenti del paese, dove non arrivano le istituzioni, e quando arrivano lo fanno come polizia, servizi sociali, come magistratura. Le autostrade costruite durante il Sacco di Palermo e di Agrigento scivolano veloci attraverso un mare d’oro in forma di grano, olivi, le pietre rosse e nere, delle colate antichissime. Enna non sara’ mai messa in vendita ai russi ed a chi si puo’ permettere un miglio di costa italiana, quella che il Governo del Lettino vorrebbe svendere al miglior affluente.

L’Italia e’ costruita in equilibrio su questi vuoti di potere, di territori enormi dove la legalita’ ufficiale arriva con la televisione e dove le persone si reinventano strutture sociali, perche’ alla fine siamo animali sociali ed abbiamo bisogno di regole certe, sicure, anche se in odore di ‘malavita’, o di settarismo. Fino agli anni Ottanta, queste regioni desertiche italiane erano ovunque, anche nel Nord Est, sull’Appennino Tosco Emiliano, nella Maremma nell’Agro Pontino. Quando Don Milani arrivo’ a Barbiana, trovo’ una societa’ quasi tribale, con le sue regole e senza governo, senza Stato. Eppure, i genitori dei suoi ragazzi, come tanti virgulti di Enna, sono partiti come militari, emigranti, in cerca di lavoro, pane, fortuna. In un programma televisivo proprio qualche giorno fa, una signora, vedova di un carabiniere morto a Nassiria nell’attentato che uccise decine di compatrioti ed iracheni innocenti, raccontava del marito morto per fare del bene, dopo il decesso del cancro del figlio. Ed abitavano nella Terra dei Fuochi, quella zona del paese non solo abbandonata, ma tradita dalle autorita’, dagli stessi parlamentari che, ascoltando nella Commissione le parole secretate di un pentito di camorra, non fecero nulla, non hanno fatto nulla. Ed ho pensato a questa signora, al suo sorriso, a quella sua abnegazione di fronte ad un destino crudele ma nel quale continua a vedere qualcosa di positivo. Come nel cuore vero del paese, oltre al deserto delle iniziative, si covasse ancora un tesoro di buone intenzioni, di disperata e solerte attesa di un cambiamento. Ma che non sia uno strappo.

In rete, gira l’ironia sul plebiscito ad Enna per Crisafulli, politico del PD in vari odori e retrogusti, come un vino siciliano. Non lo giudico, non sta a me, ma e’ comunque interessante notare che, alla fine, probabilmente, cosa offre alle persone e’ una forma di sicurezza relativa, di supporto che non trovano altrove. Si fa bene a parlare di legalita’, ad indignarsi, a gridare allo scandalo. Ma credo che il signor Crisafulli abbia fatto una cosa simile a quella che Bill Gates ha fatto con il PC e la Microsoft. In assenza di competizione, di contendenti e di alternative vere, funzionali, ha acquistato ujna posizione dominante, magari comprando i competitori, magari facendosi un attimo spazio con i gomiti. Magari tutto. Ma il problema non e’ quello. Non e’ Crisafulli che fa piazza pulita, che vince tutto e che e’ padrone del pallone e quando giochi a scacchi con lui tu hai sedici pedonci e lui tutti cavalli, torri e regine. E sette re.

Il paese dei deserti interni, senza librerie, senza salotti bene dove si arriccia il naso di fronte ai capibastone, ma poi si accolgono in casa per parlar di progressismo e vela gli stessi ispiratori dei ‘signori delle tessere’, e’ un luogo dove non esiste la verita’, perche’, come scriveva Marcuse, la verita’ implica la liberta’ dalla fatica, dal lavoro, da quella serie di compromessi, aggiungo io, che sono necessari se si nasce al di fuori della cerchia dei privilegiati, di quel 5% degli italiani che ha le pensioni d’oro contributive, che fa le vacanze alle Maldive, ma con l’ultimo libro di Saviano sotto al braccio. ‘La verita’ e’ una conquista del pensiero’, continua Marcuse, e, se si deve lottare in ambienti ostili e difficili, dove non esiste lavoro, dove non esistono diritti riconosciuti, se non quello di affiliazione al potente di turno, la verita’ non esiste. Ma ci sono le tessere, ci sono i nulla osta, gli accordi, ci sono ragnatele e reti di interessi personali, collettivi che diventano sistema, che diventano quasi nobilta’ plebea.

Enna e’ come l’hinterland fiorentino o torinese degli anni Settanta, come il Veneto degli anni Ottanta, dove le istituzioni erano surrogate dai partiti politici, il PCI e la DC, i sindacati e le falesie ed il carsismo dei poteri forti industriali e finanziari. Un paese dove, senza tutta la prosopopea e l’immagine Girardiana da capro espiatorio di Crisafulli, colpevole solo di aver mantenuto un sistema politico che e’ andato per la maggiore per cinquanta anni, ancora resistono baronati e califfati vari. Agli occhi di chi vuole semplicemente sostituire un organigramma con un altro, in quella che sempre Marcuse definiva nel 1964, quasi 50 anni fa, la ‘brama di potere’ delle burocrazie comuniste. Avete letto bene, comuniste. Quella brama di potere che faceva abbracciare la coesistenza, l’abbraccio, per Marcuse quasi mortale, fra capitalismo e comunismo. Unico antidoto, “il bisogno di utilizzare integralmente il progresso tecnico, e di sopravvivere in virtu’ di un tenore di vita superiore”. L’aspirazione, la voglia di emergere, di educarsi, di costruirsi un futuro, magari lontano da casa, altrove. L’educazione, la consapevolezza dell’esserci. Ed allora, invece di criticare Crisafulli, un figlio, nipote, pronipote di un sistema feudal-socialista-rurale, costruiamo scuole, asili, eliminiamo la piaga della poverta’ digitale e spostiamo i mosaici di Piazza Armerina un pezzo, un tassello, in ogni casa di abitante di Enna, delle sue campagne. Cosi’ non avremo piu’ scuse e ci fermeremo nei caffe’ e nei locali della citta’, prima di scoprire che e’ proprio come tutto il resto d’Italia, in attesa smodata e squilibrata di una rivoluzione delle belle speranze. Come quando Don Milani arrivo’ a Barbiana e introdusse il germe del dubbio, scardinando il sistema locale di silenzio e rassegnazione. Come quando piove sul deserto.

"We are the rain, us, the people. We are the flowers, us, the women and men roaming the country. We are the yield and the bread. We, the children and our hopes"

Amerigo Verardi e Mario Ancona – I figli dei Mirafiori

www.youtube.com/watch?v=KNidIDJNDI4

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