I gessetti di Sylos
15 Novembre Nov 2013 1347 15 novembre 2013

FINALMENTE

Dopo un continuo (e alquanto vano) parlare di Eurobond, di “Bce prestatore di ultima istanza”, di politiche monetarie lassiste, di austerity, ecc. ecc., finalmente in Europa si è arrivati al nocciolo del problema: la Germania è stata messa sotto osservazione per “surplus commerciale eccessivo”. Era ora! Chi ha avuto la bontà di leggermi in questi anni saprà che lo vado ripetendo sin dallo scoppio della crisi (ma lo vanno ripetendo anche altri economisti che non fanno parte del circo mediatico italiano), in quanto gli altri aspetti della crisi medesima normalmente evidenziati (default sub prime, ubriacatura finanziaria, bolle varie) erano solo epifenomeni che nascondevano, agevolando una lettura superficiale degli eventi, le cause vere che riguardavano l’economia reale. Di queste cause una era, ed è, la sperequazione nella distribuzione dei redditi e l’altra era, ed è, proprio lo sbilancio globale tra paesi strutturalmente esportatori e paesi strutturalmente importatori, il quale sbilancio creava, e crea, delle enormi masse finanziarie che vagavano, e vagano, nel mondo alla ricerca di facili rendimenti, costringendo i paesi importatori a indebitarsi. Come più volte detto, la questione fu sollevata dallo stesso Keynes sin da Bretton Woods (1944), il quale propose di inserire il concetto nello statuto del Fmi, e cioè che in caso di sbilanci persistenti devono essere chiamati all’ordine non solo i paesi debitori ma anche quelli creditori, in quanto entrambi creano gli squilibri, perché se è vero che i primi consumano più di quello che producono, i secondi sacrificano i consumi interni per realizzare una politica espansiva (di potenza) all’esterno. Il suggerimento di Keynes fu accolto e attuato in maniera molto blanda, comunque ve ne è traccia nello statuto dell’Fmi, ma mai nessuno ne ha chiesto l’applicazione dopo la crisi. Adesso finalmente qualcuno si è svegliato a Bruxelles e si spera che la cosa vada avanti con perseveranza. Dopo questo passo i successivi dovrebbero essere:

1)      Portare lo stesso argomento all’attenzione del G20 e dell’Fmi, in modo da coinvolgere gli altri paesi strutturalmente esportatori (Cina);

2)      Affrontare subito la questione di una perequazione nella distribuzione dei redditi, partendo proprio dai paesi che finora hanno sacrificato al loro interno i salari per agevolare le esportazioni (Germania e Cina);

3)      Gli stessi paesi eccessivamente esportatori devono mettere mano anche alla loro spesa pubblica.

Solo così vi potrà essre speranza di una ripresa duratura, ma su questo disegno vi è l’ombra del comportamento degli Usa, i quali finora sembra che abbiano spinto per una decisione come quella assunta dall’Ue, ma non si può sapere fino a che punto sono disposti a spingerla a livello più globale, perché bilance commerciali più equilibrate in tutto il mondo farebbero diminuire la fame di dollari e, si sa, sul dollaro è basata la potenza e il predominio degli Usa nel mondo senza dover far pesare la propria supremazia militare.Dopo un continuo (e alquanto vano) parlare di Eurobond, di “Bce prestatore di ultima istanza”, di politiche monetarie lassiste, di austerity, ecc. ecc., finalmente in Europa si è arrivati al nocciolo del problema: la Germania è stata messa sotto osservazione per “surplus commerciale eccessivo”. Era ora! Chi ha avuto la bontà di leggermi in questi anni saprà che lo vado ripetendo sin dallo scoppio della crisi (ma lo vanno ripetendo anche altri economisti che non fanno parte del circo mediatico italiano), in quanto gli altri aspetti della crisi medesima normalmente evidenziati (default sub prime, ubriacatura finanziaria, bolle varie) erano solo epifenomeni che nascondevano, agevolando una lettura superficiale degli eventi, le cause vere che riguardavano l’economia reale. Di queste cause una era, ed è, la sperequazione nella distribuzione dei redditi e l’altra era, ed è, proprio lo sbilancio globale tra paesi strutturalmente esportatori e paesi strutturalmente importatori, il quale sbilancio creava, e crea, delle enormi masse finanziarie che vagavano, e vagano, nel mondo alla ricerca di facili rendimenti, costringendo i paesi importatori a indebitarsi. Come più volte detto, la questione fu sollevata dallo stesso Keynes sin da Bretton Woods (1944), il quale propose di inserire il concetto nello statuto del Fmi, e cioè che in caso di sbilanci persistenti devono essere chiamati all’ordine non solo i paesi debitori ma anche quelli creditori, in quanto entrambi creano gli squilibri, perché se è vero che i primi consumano più di quello che producono, i secondi sacrificano i consumi interni per realizzare una politica espansiva (di potenza) all’esterno. Il suggerimento di Keynes fu accolto e attuato in maniera molto blanda, comunque ve ne è traccia nello statuto dell’Fmi, ma mai nessuno ne ha chiesto l’applicazione dopo la crisi. Adesso finalmente qualcuno si è svegliato a Bruxelles e si spera che la cosa vada avanti con perseveranza. Dopo questo passo i successivi dovrebbero essere:

1)      Portare lo stesso argomento all’attenzione del G20 e dell’Fmi, in modo da coinvolgere gli altri paesi strutturalmente esportatori (Cina);

2)      Affrontare subito la questione di una perequazione nella distribuzione dei redditi, partendo proprio dai paesi che finora hanno sacrificato al loro interno i salari per agevolare le esportazioni (Germania e Cina);

3)      Gli stessi paesi eccessivamente esportatori devono mettere mano anche alla loro spesa pubblica.

Solo così vi potrà essre speranza di una ripresa duratura, ma su questo disegno vi è l’ombra del comportamento degli Usa, i quali finora sembra che abbiano spinto per una decisione come quella assunta dall’Ue, ma non si può sapere fino a che punto sono disposti a spingerla a livello più globale, perché bilance commerciali più equilibrate in tutto il mondo farebbero diminuire la fame di dollari e, si sa, sul dollaro è basata la potenza e il predominio degli Usa nel mondo senza dover far pesare la propria supremazia militare.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook