Giulia Valsecchi
Cineteatrora
16 Novembre Nov 2013 1525 16 novembre 2013

Brutto, la corrida dei portatori di faccia

Il sistema della replica, la pratica del reiterare senza di fatto scalfire uno stato di cose bacato o cronico nelle storture non è soltanto uno strumento di pura ispirazione drammaturgica, ma un espediente letterario e prima ancora una coscienza realista. La scrittura di Marius Von Mayenburg, dramaturg alla Schaubühne di Berlino e tra i giovani autori più lusingati dai palcoscenici europei, contiene quella sapienza che sa affrancarsi da una convenzione scenica alla maniera dei racconti russi.

Con Brutto, messinscena in prima nazionale al Teatro Filodrammatici di Milano per la regia di Bruno Fornasari, l’osservazione di ciò che resta tra una faccia e il suo canone estetico, tra la resa simbolica della sua plasticità e l’accavallarsi di percezioni, fraintendimenti, apparenze e sovvertimenti di ruolo, l’affronto è lo stesso del naso gogoliano che scalza il proprio padrone per vagabondare tra i vicoli pietroburghesi come un’entità autonoma. Non a caso, con insistenza da giustificato refrain, il chirurgo estetico incaricato di modificare il volto di «catastrofica bruttezza» di Lette, protagonista del testo di Von Mayenburg, dichiara di voler partire proprio dal naso, l’elemento più sporgente e scomodo alla perfezione.

L’origine dell’equivoco di cui Lette è vittima è l’esclusione da una prestigiosa presentazione pubblica dello spinotto a tecnologia avanzata che lui stesso ha brevettato, per la sola ragione di un aspetto sostanzialmente inguardabile. Lette è brutto da far paura, e il silenzio di cortesia che lo ha cullato finora lo getta nella prostrazione più disperante, quanto ferocemente assurda nel risvolto comico di incomprensioni, strani modi di guardare e sconcerti mai davvero confessati. Uno stato di inconsapevolezza e revoca continua dei suoi meriti di inventore e irreprensibile marito. Ma persino in casa non si può più negare la verità ammessa per la prima volta da Scheffler, il datore di lavoro di Lette, preso a sbucciar frutta e consigliare la migliore stanza d’albergo solo a chi procurerà affari e corteggiamenti proficui di vecchie signore.

E come un Faust senza appello, Lette si sbriga a firmare una dichiarazione di rinuncia della propria faccia, temerario e ignaro dell’esito che attende la sfortuna d’essere sempre stato emarginato per una repellenza fisica affrontata dalla moglie Fanny senza mai guardarlo davvero, ma soltanto in uno degli occhi. Il doppio di Lette, la sua seconda identità abbellita prende invece posto sicuro nel quadro socio-familiare e di business quando, sotto strati di bende e cicatrici, si cela un capolavoro. Quel che esaspera e nutre lo stillicidio dei giochi di scambio costruiti da Von Mayenburg è però la scelta di uno stesso attore e «portatore di faccia» (Tommaso Amadio), un innesco possibile soltanto nella prova in diretta, nella metamorfosi di una drammaturgia in stravolgimento calcolato delle percezioni senza di fatto mai determinare, ma solo pattuire con lo spettatore la credibilità di un altro stato.

Lette è alternativamente brutto o bello secondo quel che lo sguardo definisce tale e costringe a leggi di profitto o concessione sessuale, finché non interviene la serialità della stessa maschera appagante a moltiplicare i rovesciamenti e ridiscutere i diritti coniugali. Finché Lette non si trova a dialogare con se stesso riflesso nello specchio di un ascensore: la replica del successo di una faccia nuova, le invidie e la concorrenza muovono all’unica indulgenza possibile di una dichiarazione d’amore verso se stessi. I tratti nuovi e permanenti di Lette, i tradimenti che ne corrodono l’etica al solo scopo di incamerare avances e riconoscimenti planetari, spingono chiunque altro a seguirne l’esempio per dare un colpo alle insoddisfazioni o prendersi rivincite. Chi resta a terra nella corrida è il primo di una lunga serie di manichini assillati dalla spendibilità più efficace, dai piaceri a portata di mano.

Così, fuori e dentro una scena volutamente nuda quanto la parola che evoca e, nella geometria complessa di una partitura di colpi di scena, sarcasmi e concessioni argute alla pièce bien faite si muove una squadra d’attori intenta a disturbare il pubblico e a scolpire individualismi incurabili tra disonesti a caccia di bottini magri. La regia incalza l’implosione congenita alla drammaturgia di Von Mayenburg e ci si diverte a inseguire gli incastri o l’efficace debolezza di figurine femminili (Cinzia Spanò) che, come gli antagonisti di Lette, non fanno altro che sovrapporsi senza alcuna integrità.

Anche il naso di Gogol’ torna al proprio padrone solo dopo aver vagato nella natura grottesca e dolente dell’umanità: tutto rientra insomma nella norma e nulla è mai stato tanto identico a se stesso quanto l’esemplare trasformato di una faccia a buon prezzo.  

PRIMA NAZIONALE
 

Fino al 1 dicembre 2013 – Teatro Filodrammati Milano

BRUTTO

di Marius Von Mayenburg

traduzione Umberto Gandini

regia Bruno Fornasari

con Tommaso Amadio,

Mirko Ciotta, Michele Radice,

Cinzia Spanò

scene e costumi Erika Carretta produzione Teatro Filodrammatici

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