Mercato e Libertà
18 Novembre Nov 2013 1211 18 novembre 2013

La crescita non si fa col debito

Segue dall'articolo precedente.

La principale criticità delle argomentazioni del Professor Guarino è il conflare le politiche per la crescita con la politica fiscale, ritenendo erroneamente (a) che l'unica politica economica non monetaria sia quella fiscale, e (b) che il debito sia motore di crescita sostenibile.

Crescita sostenibile e debito pubblico

Forse – e questa non è una concessione – in alcuni casi un aumento del debito può avere effetti positivi sulla crescita nel breve termine. Ciò che è infondato è il mito secondo cui possa produrre anche crescita sostenibile, cioè nel lungo termine.

La più grande fonte di errori macroeconomici è trasferire i ragionamenti di breve termine (stimoli fiscali e monetari), validi al più su un orizzonte temporale di uno o due anni, al lungo termine, immaginando che siccome una politica può funzionare per una anno allora funzioni anche per dieci.

Che la crescita degli anni '70, basata sull'inflazione, fosse sostenibile è difficile crederlo. Che la crescita degli anni '80, basata sul debito, fosse sostenibile è ancora più difficile da credere, visto che avrebbe portato nel lungo termine ad un indebitamento tendente a infinito.

Guarino ritiene che il debito pubblico serva a fare investimenti utili che altrimenti non sarebbero finanziati. In realtà la spesa in conto capitale (investimenti) è una frazione misera della spesa pubblica, composta in gran parte di trasferimenti, che semmai sulla crescita hanno un effetto negativo: a danneggiare la crescita è il clientelismo, che fa sprecare risorse per comprare consensi.

D'altra parte, se il debito fosse una panacea per la crescita, Grecia, Italia e Giappone dovrebbero crescere a ritmi sostenuti. Nonostante i tentativi di montare un affaire sul caso Reinhart e Rogoff, la letteratura scientifica tende a ritenere che il debito elevato si accompagni a bassa crescita.

Crescita sostenibile e riforme strutturali

Concluso che il debito non è necessario alla crescita nel lungo termine, e che semmai è vero il contrario, cade anche l'idea che persa la leva monetaria rimanga soltanto la leva fiscale per stimolare la crescita, e non solo perché questa leva non è mai esistita.

La crescita economica dipende da innumerevoli fattori, la gran parte riguardanti la qualità delle istituzioni: istruzione, infrastrutture, tutela dei diritti di proprietà, concorrenza. Aiuta la crescita anche ridurre la spesa per trasferimenti per sostenere gli investimenti, e ridurre la tassazione, soprattutto diretta. L'Italia è messa male da tutti questi punti di vista.

Esistono un'infinità di possibili politiche economiche per stimolare la crescita, la maggior parte di tipo microeconomico, legate cioè all'efficienza degli scambi e non a misure prettamente contabili, che a sentire alcuni sembrano l'alfa e l'omega della politica economica.

L'euro, abbattendo il costo del debito dal 1999 al 2010, ha semmai fornito ad una classe dirigente nazionale di infima qualità l'opportunità di procrastinare le riforme, e perseverare nell'errore di ritenere la crescita solo un fenomeno fiscale o monetario non può che perpetuare politiche errate.

Un altro argomento debole è che l'Europa abbia smesso di crescere per via dell'euro, perché dagli anni '90 in poi l'Europa è cresciuta meno del resto del mondo, mentre in precedenza era cresciuta di più. Ci si dimentica che dagli anni '90 in poi è crollato il Muro di Berlino ed è iniziata una fase di globalizzazione che ha portato l'Estremo Oriente dalla povertà alla prosperità: l'Europa occidentale effettivamente è cresciuta di meno, anche per motivi interni, ma è il resto del mondo che da oltre venti anni a questa parte ha iniziato a correre. Ci sarebbero altre cose da dire, ma l'econometria della crescita è un argomento troppo complicato da trattare.

-- SEGUE --

Pietro Monsurrò

@pietrom79

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