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18 Novembre Nov 2013 2319 18 novembre 2013

L’Italia del rugby e la mischia perduta

La Nazionale italiana di rugby ha avuto, negli ultimi anni, una certezza: era tra le più forti al mondo nella mischia. Forse la più forte. Così in campo poteva succedere di tutto – tipo che gli avversari segnassero mete in campo aperto dove gli azzurri non riuscivano a inseguirli, o che i calci degli altri entrassero tra i pali mentre i nostri no – ma qualche partita gli italiani potevano vincerla sfruttando proprio la loro arma.

Lo scorso 9 novembre, però, la mischia italiana è stata sistematicamente battuta da quella australiana nel test match di Torino, e il risultato è stato impietoso: 20-50 per l’Australia. Il 16 novembre a Cremona è andata un po’ meglio, nel risultato: l’Italia ha sconfitto le Isole Fiji 37-31. La mischia azzurra, però, ha continuato a mostrare difficoltà, e la battaglia è stata vinta perché i figiani hanno terminato la partita in inferiorità numerica a causa di ripetute espulsioni.

Il prossimo 23 novembre si disputerà a Roma il 3° test match autunnale, con l’Argentina – altra squadra che sulla mischia fonda il proprio gioco. E gli azzurri ci arrivano con certezze malconce.

Per capirne i motivi, Simone Battaggia ha intervistato a largo spettro i componenti della Nazionale per la Gazzetta dello Sport del 15 novembre, in particolare i componenti della prima e seconda linea. Coloro che erano fortissimi e adesso sembrano non azzeccarne più una.

A quanto pare, la causa di tutto è stato un cambiamento di regolamento nella formazione della mischia, applicato a livello globale da pochi mesi (qui un chiarimento pubblicato da Duccio Fumero sul blog Rugby1823). Lo scopo era di rendere meno pericolosa per i giocatori quella fase del gioco, diminuendo i rischi di infortunio, e al contempo rendere più facile agli arbitri e al pubblico capire se si commettessero falli.

Tutte le squadre del mondo si stanno, in qualche modo, adeguando. Ma intanto uno degli obiettivi sembra non raggiunto: gli arbitri capiscono meno cosa succede, e fischiano più falli. A Torino, per esempio, su 15 mischie formate in partita solo 4 si sono svolte senza problemi. Inoltre gli australiani facevano delle cose in spinta che gli italiani pensavano non regolari mentre l’arbitro sì – e prendere provvedimenti a partita in corso non è facile.

Uno dei punti fondanti delle nuove regole è che si è eliminata l’«incornata», ovvero la prima presa di contatto tra i due raggruppamenti. Prima le due mischie non si toccavano subito, stavano distanti qualche decina di centimetri; poi, all’ordine dell’arbitro, si buttavano. In quegli attimi i nostri erano fortissimi, e prendevano quel mezzo metro di vantaggio che poi poteva essere sfruttato. Adesso le mischie cominciano già toccandosi, ma non possono spingere fino all’introduzione del pallone. L’incornata quasi non esiste più.

Dal punto di vista della salute dei giocatori, è un vantaggio. L’incornata presupponeva oltre 800 kg di peso umano che si scontravano con altri 800 kg, perlopiù spinti al massimo della velocità possibile. Per le prime linee (e per loro teste, clavicole, tendini, muscoli) erano ogni volta botte tremende.

Dal punto di vista tecnico, è come se si giocasse un altro sport. Un rugby creato da qualche mese invece di quello che si era giocato nel secolo e mezzo predente. E la nostra Nazionale sta facendo parecchia fatica.

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