Amicilegali
22 Novembre Nov 2013 1034 22 novembre 2013

2051 cose che non abbiamo...in Comune.

Sin dalla notte dei tempi, l'incuria delle strade comunali è sempre stata fonte di responsabilità per la Pubblica Amministrazione.

In particolare, la tutela risarcitoria accordata al cittadino che abbia riportato danni o lesioni in dipendenza della pessima manutenzione viaria ha sempre fatto perno sugli articoli 2043 c.c. (“Risarcimento per fatto illecito. Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”) e 2051 c.c. (“Danno cagionato da cosa in custodia. Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito”).

La sostanziale differenza tra i due titoli di responsabilità consiste nel fatto che, per la ricorrenza dell'art. 2043 è necessario dimostrare il dolo o la colpa del Comune, mentre per invocare il risarcimento per danni da cose in custodia è sufficiente provare l'effettiva sconnessione del manto stradale ed il nesso causale tra questa ed il danno.

In questo ultimo caso, non rileva che il Comune sia stato, o non, negligente (colpa): le sole circostanze che vi fosse una sconnessione e che qualcuno abbia avuto un danno a causa di essa bastano affinché il Comune sia tenuto a risarcire detto danno; salvo che l'amministrazione non riesca a provare la sussistenza di un “caso fortuito”, ossia di un evento che, per imprevedibilità, eccezionalità ed inevitabilità, possa essere ritenuto idoneo ad interrompere il nesso causale. Non a caso la responsabilità “per custodia” dell'art. 2051 è annoverata tra le ipotesi di responsabilità “aggravata” o “quasi oggettiva” (poiché indipendente, appunto, da qualunque elemento psicologico o “soggettivo”).

Posti detti principi, ad ogni pie' sospinto (o, meglio, “distorto”), la giurisprudenza ha cercato di adattare la sterile teoria giuridica ai casi pratici che le si sono presentati, esibendosi in “evoluzioni argomentative” non sempre, a parere di chi scrive, condivisibili.

Così, per esempio, la nota sentenza n. 20823/2006 della Suprema Corte ha escluso la responsabilità del Comune che avesse un esteso patrimonio viario, poiché l'esercizio dei poteri di vigilanza e di controllo dell'Amministrazione sarebbero stati, in concreto, impossibili.

Nonostante non si possa che apprezzare lo sforzo degli “Ermellini” per far risparmiare denari all'Amministrazione comunale, tale argomento presta inevitabilmente il fianco a qualche censura.

In primo luogo quella di rendere le cinture delle metropoli “terre di nessuno”; dal momento che, accedendo al ragionamento della Cassazione, alcune zone dovrebbero considerarsi ragionevolmente escluse dal regime di custodia comunale.

Inoltre, è scontata la considerazione per cui un numero più alto di contribuenti dovrebbe, astrattamente, portare un numero maggiore di contributi che, a loro volta, dovrebbero essere utilizzati per migliorare i servizi. Anche se ben si comprende che non è onere dei giudici di legittimità spiegare ad un contribuente della periferia il motivo per cui i suoi contributi non consentano al Comune di fare manutenzione sotto casa sua o di non risarcirlo qualora cada inciampando in una sconnessione.

Il suddetto orientamento, fortunatamente, non ha trovato fortuna ed è stato immediatamente superato da altre pronunce della Suprema Corte.

Qust'ultima, tuttavia, pare non “digerire” troppo i pedoni “distratti” e, da ultimo, con la sentenza n. 22684/2013 ha stabilito che la negligenza del pedone che, camminando, sia inciampato in un tombino dissestato, interrompe il nesso causale tra la cosa in custodia e l'evento dannoso.

Per dire ciò, il Supremo Collegio ha altresì distorto un principio, astrattamente condivisibile, formatosi sempre in seno alla medesima Corte; tale principio farebbe rientrare la condotta imprevedibile del danneggiato, nell'alveo delle ipotesi di “caso fortuito”.

Tale posizione è ragionevole: qualora il pedone assuma condotte assurde per la maggior parte delle persone (cammini all'indietro, corra bendato con le mani legate, etc.), pare logico che tali condotte – imprevedibili, eccezionali ed inevitabili – escludano la responsabilità dell'Ente, anche in caso di starda sconnessa (poiché, in tali casi, il danno sarebbe da ascrivere esclusivamente alla condotta del danneggiato).

Non altrettanto ragionevole, invece, è considerare “caso fortuito” la caduta di un pedone che camminava normalmente e che è inciampato in una evidente sconnessione del terreno.

A nulla varrà sostenere, come fa la Cassazione, che l'attenzione del pedone avrebbe potuto evitare il danno: se tutti camminassero sempre sul “chi vive”, è ovvio che nessuno cadrebbe, poiché non ci sarebbero sconnessioni insormontabili. Il fatto è che, come ha già più volte stabilito la giurisprudenza della stessa Suprema Corte, il pedone che cammina per strada ripone un “ragionevole affidamento” sulla buona condizione del manto stradale.

La negligenza del pedone (soprattutto tenuto conto del suddetto affidamento) non potrà mai, dunque, integrare un “caso fortuito” (poiché la disattenzione di chi cammina non può costituire una condotta eccezionale ed imprevedibile); solo, semmai, un caso di concorso di colpa del pedone e, dunque, di limitazione della responsabilità dell' Ente (con conseguente diminuzione del quantum del danno risarcibile).

Siamo tutti a conoscenza dei periodi “di magra” che stanno conoscendo le amministrazioni comunali; ma ciò non sembra, tuttavia, motivo sufficiente per stravolgere i principi giuridici del nostro ordinamento. E ciò, soprattutto, se detto stravolgimento viene operato dall'Organo che, in teoria, dovrebbe essere investito della funzione di nomofilachia, ossia del compito di assicurare l'esatta ed uniforme interpretazione della legislazione sul territorio nazionale.

M.M.

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