Stefano Rolando
Buona e mala politica
23 Novembre Nov 2013 0944 23 novembre 2013

Trenta anni dopo Paolo Grassi. Un convegno a Milano su tv e cultura.

Il prossimo venerdì  29 novembre si svolge a Milano - alla Sala Buzzati della Fondazione  del Corriere  della Sera - un convegno internazionale   su un tema che rimette sotto i riflettori due parole su cui è stata decretata una retrocessione. Una è  la parola televisione  che ha perso centralità mediatica a favore della parola rete;  l' altra è la parola cultura che,  nel campo televisivo, è stata letteralmente sostituita dalla più ambigua  parola qualità.

E siccome il tempo è passato e non siamo più all'epoca  della tv del monopolio del maestro Manzi e degli sceneggiati di Fogazzaro, il titolo del convegno è al plurale, Televisioni e culture.

Chi poteva mettere in scena una discussione simile a Milano, la città in cui la storia dell' organizzazione culturale del '900 ha un nome di riferimento che raccorda spettacolo, cultura e televisione, che è il nome di Paolo Grassi? Naturalmente la Fondazione che  - sua figlia Francesca  e alcuni suoi amici (quorum ego) - hanno attivato con il suo nome e che, dopo alcune prese di posizione in materia teatrale,  affronta ora il tema mediatico per eccellenza.

Lo spartiacque che ci separa dai dibattiti su tv e cultura degli anni ’70 (Grassi va a presiedere una Rai appena uscita da una riforma, nel 1975, in cui il pluralismo era tutto concepito all’interno e ci va con un consiglio di amministrazione di figure culturalmente preminenti, da Paolo Volponi a Elena Croce, da Enzo Cheli a Walter Pedullà, da Nicolò Lipari a Armando Rigobello, da Giuseppe Vacca a Luigi Firpo) è immenso. Ma un paese come l’Italia resta con la sua tradizione e il suo patrimonio secondo cui con la cultura – lo stereotipo ormai è rovesciato –  si può anche mangiare. Il problema di infiniti luoghi anche di nuova creatività e di nuova espressione è di non riuscire ad essere intercettati dalle tv generaliste  e di non avere con esse (non c’è solo la Rai nella partita) una modalità co-produttiva che rimetta i contenuti al centro della mission.

Un approccio possibile solo se il valore produttivo tornasse ad essere preminente su quello distributivo e se la tv tornasse ad essere perno di una più complessa industria culturale e non un teatro per spalmare prevalentemente la visibilità della politica condita da puro intrattenimento.

Che questa discussione si faccia a Milano che di convegni sul sistema tv non ne fa più da un pezzo ha molteplici significati. E che lo si faccia a dibattito appena avviato sul rinnovo del contratto di servizio tra Rai e Stato (che entro il 2016 va ridiscusso e riqualificato) ha ancora altri significati.

Oggi la produzione culturale ha bisogno di glocalità, di stare cioè con i piedi in moltissime logiche di territorio, ma con gli occhi e gli scambi aperti al mondo. E la Milano che, pur a fatica, sta cercando la sua lettura di Expo proprio in questa chiave (altrimenti nemmeno il concept di Expo “nutrire il pianeta” potrebbe essere oggetto di discussione di quell’evento), è un posto adatto per sparigliare una deriva del nostro duopolio in cui la Rai resta prigioniera della politica e i canali commerciali restano prigionieri della pubblicità. Due componenti non eludibili e non insignificanti, ovviamente. Ma che rischiano di togliere alla televisione – ovvero al televisore – ormai metà della audience. I giovani vanno altrove e la rete costruisce la sua alternativa dentro la quale una parte importante di quel prodotto culturale (anche quello nuovo, linguisticamente e socialmente innovativo) non è gestibile. La tv finisce a intrattenere i vecchi e la rete costruisce navigazione su una frammentazione di scambi epidermici regolati dal rito partecipatorio sommario del “mi piace/non mi piace”.

La cultura non serve per fare battaglie di retroguardia rispetto alla crescita della rete. Ma non è nemmeno – per una comunità creativa come quella italiana – merce avariata.

Dunque a Milano il 29 novembre alla mattina si guarderà un po’ in casa d’altri, di vedrà se i vecchi grandi brand delle tv – soprattutto pubbliche – europee (BBC in testa) hanno retto alla sfida. E al pomeriggio si svolgeranno vari giri di orizzonte (gli esperti, i politici, gli operatori, i tycoon) per capire se una “strategia nazionale” (anche al di là della Rai) è immaginabile in un mercato delle idee e dell’attrattività in cui restiamo considerati “un bel giardino” ma per molti anche un giardino ormai senza frutti.

Il programma completo dell’evento, posto sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica italiana,  è al link

Prima pagina http://www.fondazionepaolograssimilano.org/wp-content/uploads/2013/02/Invito-Convegno-29.png

Seconda pagina  http://www.fondazionepaolograssimilano.org/wp-content/uploads/2013/02/Invito-Convegno-29-.png

* Stefano Rolando è professore di Politiche pubbliche per le comunicazioni all’Università Iulm di Milano, è stato dirigente della Rai (e al tempo stretto collaboratore di Paolo Grassi, presidente dal 1977 al 1980) e di istituzioni nazionali e territoriali ed è membro del CdA e del Comitato scientifico della Fondazione “Paolo Grassi”.

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