Città invisibili
25 Novembre Nov 2013 0623 25 novembre 2013

Piantare ortaggi nel centro delle città

Gli orti urbani non sono tutti uguali. La tendenza europea e americana a farne una opzione negli spazi esterni al nucleo urbano, viene capovolta a Berlino. Dove pomodori e insalata crescono nei vuoti lasciati dalla Storia. Opponendosi alla realizzazione di nuovi edifici.

A passeggiare oggi per le strade che ne definiscono la maglia urbana, la sensazione che se ne ha è di una città in piena ascesa. Fulcro generatore di arte, più in generale una delle capitali europee della creatività. Oltre che simbolo della solidità economica tedesca. Berlino, la città rasa al suolo dall’ultima guerra, ricostruita. Pezzo per pezzo, con pazienza e capacità. Ma prima di tutto, sgomberata dalle macerie che livellavano ogni cosa. Con l’insostituibile aiuto dei tantissimi senzatetto. E’ in quella fase, di ripresa difficile ma coraggiosa, che vennero realizzati diversi orti urbani. In pieno centro città. Non si trattava, come accade ora, del tentativo di riavvicinarsi al mondo rurale, recuperando spazi spesso caratterizzati dall’abbandono. Ma della necessità di trovare sostentamento nella forma più antica. Così, da un lato c’era la distruzione, dall’altro la vita. Quegli spazi verdi continuarono ad esistere. Resistettero anche al muro che dall’agosto 1961 tagliò in due la città. Continuarono a presidiare piccoli spazi, quasi persi in un contesto urbano nel quale le macerie sono state a lungo l’elemento caratterizzante. Anche se pian piano sostituite da nuove cubature. Da nuove architetture. In questo processo di lenta riappropriazione di una propria identità s’inseriscono le storie di alcuni orti urbani. Storie che raccontano un’idea di città irregolare. Che non inseguono nessun modello ma che, per certi versi, hanno contribuito a definirlo.

Era il 1983 quando, proprio a pochi passi dal muro, in Bethaniendamm, ovvero nella terra di nessuno, nel quartiere di Kreuzberg, è nato uno di quegli orti. All’inizio non è stato facile. Perché i militari della Ddr avevano vietato quell’attività. Ma l’esperimento non si è interrotto. E ancora prosegue. Senza che l’ombra del muro si allunghi sul campo coltivato. Anzi da quel coraggioso orto deve aver preso spunto il Ton Steine Garten, un orto urbano nato a pochi metri di distanza, non lontano dal centro sociale Berthanien. Piccoli appezzamenti di terreno nel quale si coltivano ortaggi di ogni tipo. E a farlo è la collettività. D’altra parte lo spazio, oltre a essere abbastanza noto, è visibile a chi transita con la macchina sulla strada.

Berlino dimostra che gli orti urbani possono costituire un’importante opzione. Non soltanto in aree esterne al nucleo primitivo, ma anche al suo interno. Magari riappropriandosi di quegli spazi in abbandono o sotto-utilizzati che frequentemente esistono. L’orto urbano diverrebbe così la risposta alternativa alla costruzione di nuovi edifici, cioè la soluzione finora più frequentemente utilizzata per ri-funzionalizzare i luoghi dell’abbandono. Ma anche quella alla più rara realizzazione di giardini pubblici. Riempire i vuoti della città con aree, anche di modesta estensione, recuperate all’agricoltura, potrebbe cambiare la storia dei quartieri di molte città. Potrebbe fornire risposta alle tante domande di aggregazione e condivisione che rimangono inevase. Nello spazio verde potrebbero finalmente tornare ad incontrarsi tutti gli orfani della piazza.

Le città devono ricostruire gli equilibri persi, in alcuni casi mai raggiunti. Non di rado proprio all’interno del loro centro. Forse anche ricorrendo  a strumenti finora utilizzati per altro. Come gli orti urbani. In fondo piantare pomodori non lontano dalla più grande area archeologica al mondo, a Roma, potrebbe non essere una cattiva idea. 

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