Davide, Alessandro e Andrea
Failcaffè
29 Novembre Nov 2013 1155 29 novembre 2013

Iran: il leone è uscito dalla gabbia

Domenica scorsa l’Iran e il gruppo dei “5+1” hanno firmato un accordo preliminare a Ginevra che prevede, tra le sue disposizioni, il contenimento del programma di arricchimento nucleare iraniano in cambio di un alleggerimento delle sanzioni economiche e commerciali. Accordo storico, ma perché?

La svolta avviene nel bel mezzo di una storia travagliata, dopo tre round di incontri in meno di due mesi. Rappresenta il primo passo verso la distensione tra le potenze occidentali e l’ex colosso persiano a seguito di 35 anni di ostilità.

Che cosa prevede l’accordo

 Il nocciolo duro dell’accordo – firmato dal gruppo dei “5+1” composto dai 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Francia, Regno Unito, Russia, Cina, Stati Uniti) più Germania e Iran – prevede di abbassare la soglia dell’arricchimento dell’uranio al 5%, neutralizzare tutte le riserve di uranio arricchite del 20%, cristallizzare la rapida crescita dei procedimenti e delle attrezzature per l’arricchimento ai livelli attuali, disattivare circa la metà delle centrifughe installate a Natanz (principale impianto di arricchimento) e i tre quarti di quelle installate a Fordow. Ciò significa che l’Iran sarà d’ora in avanti autorizzato ad utilizzare circa la metà delle 180.000 centrifughe che attualmente possiede. Inoltre, non sarà permesso nessun avanzamento delle attività del reattore di Arak per la produzione di plutonio. Il reattore non riceverà più combustibile, non effettuerà più ulteriori test, né verranno installate nuove componenti o trasferiti carburanti e acqua pesante. Il processo si articolerà sotto l’egida supervisione dell’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica), “watchdog” nucleare sotto l’ombrello delle Nazioni Unite.

In cambio, l’Iran otterrà il cosiddetto alleggerimento “limitato, temporaneo e reversibile” dalle sanzioni economiche e commerciali. Il valore economico si stima attorno ai 7 miliardi di dollari nel corso dei sei mesi a venire. L’Iran avrà l’accesso a circa 3,6 miliardi di dollari di partecipazioni in valuta estera che sono da anni congelate in conti bancari stranieri. E’ previsto peraltro l’allentamento delle restrizioni agli scambi commerciali di prodotti petrolchimici, metalli preziosi e ricambi per aerei e automobili. Le sanzioni più consistenti, quelle petrolifere e bancarie, continueranno invece a penalizzare l’economia iraniana, in attesa di un accordo definitivo che imponga cordoli più larghi e permanenti sul programma nucleare. Insomma, i “5+1” e l’Iran si scruteranno a vicenda per sei mesi e valuteranno, in caso di fiducia, l’eventualità di un negoziato più consistente e duraturo.

Perché l’accordo è storico

Per comprendere la portata dell’accordo, è necessario visualizzare l’Iran nello scacchiere geopolitico di riferimento, e collocare le rispettive pedine negli spazi spazio-temporali presenti e futuri. Il presidente Barack Obama ha definito quello a Ginevra un “importante passo” verso l’appiattimento della tensione internazionale sul programma nucleare iraniano. La sua controparte iraniana, Hassan Rouhani, ha confermato ad Al Jazeera che l’eliminazione delle barriere entro cui era intrappolata la nazione iraniana ha grande valore. Le dichiarazioni di entrambi i “primus inter pares” dei due imperi riflettono il potenziale ravvicinamento tra Washington e Teheran. Le relazioni diplomatiche tra Iran e Stati Uniti si interruppero infatti dopo la “crisi degli ostaggi del 1979”, allorquando un gruppo di studenti e attivisti iraniani rapirono il personale dell’ambasciata statunitense a Teheran dopo la rivoluzione islamica dell’ayatollah Khomeini. I rapporti si deteriorano ulteriormente, emblematizzati dall’embargo commerciale del 1995 nei confronti dell’Iran, istituito dall’allora presidente Bill Clinton. Le sanzioni statunitensi, che vertevano sulla perniciosa controversia del nucleare, si sono inasprite negli ultimi anni. Gli Stati Uniti utilizzavano l’impatto economico delle sanzioni come parte integrante di una strategia di prevenzione- piuttosto che di contenimento. Fino a che la vittoria elettorale del moderato Rouhani, dai toni estremamente pacati e meno concitati dell’agitatore di piazze Ahmadinejad, è stata salutata positivamente dalla comunità internazionale. Resta da vedere se questo accordo sarà sufficiente a ritessere le cuciture smagliate tra Teheran e Washington.

L’Unione Europea e il suo Alto rappresentate per la politica estera Catherine Ashton hanno esercitato un ruolo da capofila al tavolo dei negoziati con l’Iran. Pugno di ferro e restrizioni sul commercio e gli scambi, con una Francia scettica e poco propensa ad ammorbidimenti diplomatici in mancanza di garanzie. “Non si tratta di accordo storico ma di errore storico”: non stupisce che sia l’affermazione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il quale aggiunge: “Il mondo è diventato molto più pericoloso perché il regime più pericoloso al mondo ha fatto un passo significativo verso l’arma più pericolosa del mondo” (che detto da Israele fa sorridere). Israele, fanalino di coda statunitense in Medio Oriente, si è opposto sin dall’inizio ad un accordo con la Repubblica islamica. Ciò non stupisce, dato che l’Iran è suo nemico storico acerrimo nella regione. Sospettato di possedere l’unico arsenale nucleare in Medio Oriente, perde la sua comfort zone e teme la prossima mossa del leone che esce dall’isolamento di una gabbia dorata. La partita di Netanyahu potrebbe essere giocata su più fronti, ma quello più ragionevole resta senz’altro la ripresa del negoziato di pace con i palestinesi, in modo da porsi come contrappeso alle ambizioni iraniane nella regione. La soluzione militare decantata nelle prime ore è un vecchio ritornello dalla rima stonata.

E infine la Siria, del cui governo Assad l’Iran è stato uno dei principali sostenitori. Damasco ha accolto con favore l’accordo. I due paesi hanno infatti una lunga storia di legami economici e geostrategici, che includono investimenti iraniani in infrastrutture e gasdotti sul territorio siriano. Il sostegno di Teheran a Damasco ha però inasprito la tensione con il vicino Libano. Dieci giorni fa, due attentatori suicidi hanno causato un’esplosione davanti all’ambasciata iraniana a Beirut, uccidendo 25 persone, tra cui un diplomatico iraniano. Un gruppo libanese legato ad Al-Qaeda ne ha rivendicato la responsabilità, chiamandolo “messaggio di morte” per l’Iran ed Hezbollah, entrambi sostenitori di Assad. Allo stesso tempo, il governo di Assad ed Hezbollah potrebbero guardare con sospetto all’avvicinamento di Iran e Stati Uniti dopo l’accordo di Ginevra. Gli Stati del Golfo (Arabia Saudita in capofila) – tradizionali alleati degli USA in Medio Oriente- potrebbero invece temere che uno spostamento dell’asse statunitense a favore dell’Iran, rafforzi il protagonismo dei vari Assad, Hezbollah, del governo iracheno Nuri Al-Maliki e più in generale dei gruppi sciiti nella regione.

Il riequilibrio degli assetti mediorientali dipende ancora una volta dal contrappeso degli assi sciita e sunnita.

Per ora una cosa è certa: il leone è uscito dalla gabbia.

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