A urne chiuse
30 Novembre Nov 2013 1132 30 novembre 2013

Quel treno perso da Pippo

Ho scelto di guardare il dibattito tra Renzi, Civati e Cuperlo su Sky di ieri sera con l'occhio dello spettatore del Super Bowl, perché sapevo che ne sarebbe venuto fuori qualcosa di interessante da vedere. Così è stato: tutti e tre i protagonisti si sono - chi più, chi meno - comportati bene, delineando altrettante diverse posizioni. Tra i concorrenti, giudicherei Giuseppe Civati quello che più si è messo in luce in alcuni frangenti, dovendo giocare all'attacco dopo i magri risultati dei congressi fra gli iscritti. Ce l'ha fatta: la stampa l'ha incoronato «rivelazione» (per citare le parole della giornalista Maria Latella nel post-confronto) e molti iniziano a vederlo come il vero competitor di Renzi. 

La pratica dell'io-l'avevo-detto è piuttosto antipatica, ma da parte mia credo che le capacità di Civati - specie in un format del genere - siano una rivelazione per chi prima non lo conosceva. Da mesi, personalmente, lo considero la reale alternativa al sindaco di Firenze (qualche tempo fa, ad esempio, l'ho definito «principale competitor»; poco dopo mi pronunciavo per stime di voto ben più positive della media di quelle riservategli dai sondaggi). E non tanto per demeriti di Cuperlo - candidato d'apparato con un target elettorale nostalgico molto preciso - quanto per le capacità di Civati stesso.

Ora le war room - termine divenuto prepotentemente di moda negli ultimi giorni - civatiane festeggiano, giustamente, il risultato ottenuto dal loro candidato, condendo le vittoriose percentuali di gradimento degli instant poll online (ove sin dall'inizio della campagna elettorale le stesse spadroneggiano, grazie alla loro struttura ramificata e martellante sul Web) con retoriche sacrali che dovrebbero fare da preludio alla «rimonta inarrestabile» del deputato di Monza. Chiariamo un punto: a mio modo di vedere, se Civati prende più voti di Cuperlo a trarne vantaggio è il Partito democratico, per una serie di ragioni.

D'altra parte, però, bisogna accorgersi che il Civati di ieri sera - apprezzabile, con la battuta pronta, corretto ed efficace - non è quello degli ultimi tempi. Su Sky non è andato in onda un capetto minoritario che parla alla scorza più oltranzista dell'elettorato di sinistra, quello che lancia strali ai moderati, alle privatizzazioni e ai difensori del libero mercato, ma un aspirante segretario giovane e di belle speranze. Sul palco allestito negli studi di X-Factor non c'era il blogger che per mesi ha ripreso le spesso risibili e strumentali polemiche del suo coordinatore Paolo Cosseddu e di altri suoi collaboratori, né il politico autoreferenziale e inconcludentemente retorico che parla di Prodi, dei 101 e del bisogno di tornare all'Ulivo del 1996. Non c'era neanche quello delle battute di posizionamento identitario sui sindacati e la FIOM (eccezion fatta per l'infausta considerazione sugli ancora più infausti referendum sull'acqua del 2011). C'era Giuseppe Civati la speranza liberale e moderna, con idee precise e senza fisime para-ideologiche. Quello che era circa un annetto e mezzo fa, o giù di lì.

E allora viene da chiedersi se stando con Cosseddu e sodali, soffiando sul fuoco di polemiche contro l'avversario strategicamente "sbagliato" e ricaratterizzandosi in senso post-conservatore davanti agli elettori Pippo Civati non abbia perso un treno. Un treno che era lì per lui, e forse portava più lontano della meta a cui può guardare oggi. Perché con certi staff magari vinci i sondaggi online, ma poi non convinci alle urne.

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