Faber, fabri
2 Dicembre Dic 2013 1331 02 dicembre 2013

"Aboliamo la scuola d'obbligo", scriveva Pasolini 38 anni fa

"Abolire immediatamente la scuola media d'obbligo.

La scuola d'obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese: vi si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche, anche nei casi migliori (cioè quando si invita adulatoriamente ad applicare la falsa democraticità dell'autogestione, del decentramento ecc: tutto un imbroglio). Inoltre una nozione è dinamica solo se include la propria espansione e approfondimento: imparare un po' di storia ha senso solo se si proietta nel futuro la possibilità di una reale cultura storica. Altrimenti le nozioni marciscono: nascono morte, non avendo futuro, e la loro funzione dunque altro non è che creare , col loro insieme, un piccolo borghese schiavo al posto di un proletario o di un sottoproletario libero (cioè appartenente a un'altra cultura, che lo lascia vergine a capire eventualmente nuove cose reali, mentre è ben chiaro che chi ha fatto la scuola d'obbligo è prigioniero del proprio infimo cerchio di sapere, e si scandalizza di fronte a ogni novità). Una buona quinta elementare basta oggi a un operaio e a suo figlio. Illuderlo di un avanzamento, che è una degradazione, è delittuoso: perché lo rende: primo, presuntuoso (a causa di quelle due miserabili cose che ha imparato); secondo (e spesso contemporaneamente), angosciosamente frustrato, perché quelle due cose che ha imparato altro non gli procurano che la coscienza della propria ignoranza".

Trentotto anni fa le cause della degradazione antropologica della società italiana erano l'ossessione di un intellettuale lucido e isolato, quale fu Pier Paolo Pasolini. "Scrivo dalla campagna - diceva - qui non ho nulla da perdere. Ma neanche nulla da guadagnare". L'Italia - siamo nel 1975 - subiva un doppio fenomeno: era al centro di una profonda trasformazione, tale da modificare ogni categoria "aprioristica" tipica del ventennio fascista. E allo stesso tempo era schiava di un malgoverno democristiano "clerico-fascista", attaccato alle poltrone e "colpevole" della distruzione della cultura italiana per la diffusione selvaggia dei massmedia, per il livellamento delle subculture a una macrocultura "media", fatta di pura produzione, di consumo, di falsa felicità. 

Pasolini, in una serie di interventi (che invito a leggere e ad approfondire) sul "Corriere della sera" e sul "Mondo" fu interprete sensibile di questi cambiamenti. E' un Pasolini arrabbiato, spietato con i giovani, infelici perché incapaci di reagire ai modelli imposti: e quindi drogati, criminali, violenti. Spietato con i politici, sia democristiani che comunisti ("antifascisti", e nient'altro). L'attualità delle sue parole è sconcertante, spaventosa la sua capacità di farci sentire parte di un processo iniziato ai suoi tempi, ma non ancora concluso. Se tanti storici e sociologi si interrogarono sui processi avviati dalla trasformazione degli anni cinquanta e sessanta, la profonda originalità di Pasolini fu considerare la degradazione della società e quella della politica due fenomeni NON SEPARABILI,  da considerare insieme.

E allora, uscendo dalle logiche e dagli "intrallazzi del Palazzo", come risolvere l'abbrutimento della cultura italiana? Ecco una delle risposte, la più netta. Abolire immediatamente la scuola d'obbligo. Proposta "swiftiana", la definisce Pasolini, utopica ma comunque spunto su cui riflettere. Le sue parole entrano come un coltello affilato nella nostra coscienza. Come un qualcosa che hai sempre saputo ma non sei mai riuscito a spiegare, o non hai mai voluto accettare. Abolire (anzi "sospendere", come Pasolini specificherà successivamente) la scuola d'obbligo sembrava l'unica soluzione per lavorare sulle "basi": impedire ai giovani di immobilizzare le proprie aspirazioni nel perseguimento di un modello culturale falso, inumano, immorale, e lasciarli liberi di sviluppare la propria immaginazione e intelligenza. "Come materia aggiungerei molte letture, molte libere letture liberamente commentate". 

"Caro Gennariello - scriveva Pasolini a un ipotetico giovane allievo - a causa della scuola diseducatrice sei qui davanti a me come un povero idiota, umiliato, anzi degradato, incapace di capire, chiuso in una morsa di meschinità mentale che, fra l'altro, ti angoscia". L'intento sociologico di Pasolini non era chiaramente generalizzare sul livello culturale della scuola: criticandola in modo spietato voleva valorizzare al massimo il suo ruolo. Si potrebbe allineare il suo ragionamento alla scuola di oggi, ovviamente. E, mi verrebbe da dire, all'università di oggi. Si potrebbe allineare il suo ragionamento alle nostre ansie giovanili. Alla domanda che prima o poi ci rimbomba nella testa: "Ma io cosa so fare? Come posso essere utile a un'azienda, a uno studio, e in generale alla società?".

E allo stesso tempo ci appare ovvio come la possibilità di una concreta riforma dell'istruzione/educazione sia da tempo alle nostre spalle, sepolta dal degrado e dall'inadeguatezza di tutti gli attori che avrebbero dovuto porvi mano. E allora, se è impossibile cambiare la scuola e l'università, ormai cristallizzate in un immobilismo esasperante, nella superficialità di nozioni statiche, "che nascono morte", qual è la speranza?

La speranza siamo noi, ovviamente, è il valore che NOI diamo alle nozioni. Sta a noi approfondire, leggere, dare un senso al tempo sui libri. Anche se ci sembra inutile, perché tanto nessuno ce lo chiede, nessuno se ne accorgerà (o forse sì?).

"E' un'immagine su cui riflettere. O devo farlo solo io, in mezzo a un bosco di querce?"

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