In medias res
3 Dicembre Dic 2013 1604 03 dicembre 2013

Bimbi in curva, la peggiore retorica da mettere in campo

Non si capisce bene a quale teoria filosofica si ispirino multe e multine irrogate dalla federazione alle varie società per i cori dei suoi tifosi (attenzione, mi riferisco ESCLUSIVAMENTE ai cori). Insultare la mamma di un arbitro va bene, prendersela con gli avi di un giocatore anche, sommergere di fischi per novanta minuti un giocatore passato a un'altra squadra idem. Ma guai a mettere di mezzo il campanile o il colore della pelle; nel primo caso si tratta di “discriminazione territoriale”, nel secondo di “discriminazione razziale”.

Non ha alcuna importanza constatare che nel caso del campanile le rivalità calcistiche, in Italia, sono proprio basate sulla competizione tra città e regioni. Non ci vuole uno scienziato per capire che, al di là di Juventus e Milan (guarda caso le due squadre più titolate d'Italia), il resto delle tifoserie abbia una base prettamente locale. Conseguentemente, è veramente auspicabile una tifoseria che non basi i propri sfottò su stereotipi, più o meno beceri, localmente costruiti? O ancora, è auspicabile che tali sfottò sfoggino un grado di educazione sufficiente a non dare il cattivo esempio ai bambini che ieri gridavano “merda” al rinvio del portiere avversario?

Non è necessario studiare il fenomeno per capire che si tratta di un atteggiamento massimamente ipocrita. Aspettarsi che una società che tutti i giorni è abituata a ispirarsi a modelli e rappresentazioni che si ispirano al liberalismo più totale vada allo stadio e, tutto a un tratto, inizi a comportarsi come un circolo di appassionati di Polo non è solo idiota ma intellettualmente disonesto (oltre che inefficiente, è uno sforzo semplicemente inutile).

E qui, solitamente, l'anima bella borghese salta su affermando “tutto ma il razzismo no”, come ha esclamato ieri Balotelli e come, dall'inizio del campionato, han sottolineato altri giocatori. Ecco, allora sarebbe il caso che tutti insieme si rifletta esattamente su cos'è il razzismo. Il razzismo è discriminazione basata su un'arbitraria (e palesemente errata) gerarchia tra popolazioni umane; da qui le conseguenze del razzismo, insulti e trattamenti caratterizzati da disparità.

Ora, alzi la mano chi crede che un curva di uno stadio insulti un giocatore di colore sulla base di razzismo, soprattutto considerando che con tutta probabilità la squadra di quel tifoso schiera anch'essa giocatori di colore. L'equivoco è palese e incredibile se si pensa che ai vertici delle federazioni sportive dovrebbe sedere gente di buon senso. I tifosi insultano gli avversari e lo fanno da tempo immemore, dicendosi le peggio cose. Il problema non è che ci credano o meno, il problema è comprendere che si tratta di una rappresentazione in cui si sfoga un'aggressività che la società moderna reprime solo nella sua esplicitazione finale, non all'atto della sua generazione.

Vogliamo veramente un tifo più sereno e politicamente corretto? Ammesso che sia possibile, bisognerebbe avere il coraggio di investire nella cultura e nell'educazione invece che usare il bastone della repressione che non fa altro che esacerbare ulteriormente gli animi. Ma queste sarebbero misure di lungo periodo, sul metro delle generazioni. Troppo lungimirante per chi vuole una società corretta adesso e si scapicolla a fare l'unica cosa che una società disciplinare sa fare: punire. Peccato che, invece, quando si tratta di sollecitare consumi e promuovere vendite si spinga sul pedale della liberalizzazione più totale; e chi mette paletti è uno stalinista censuratore.

Ora siamo all'assurdo. La Juventus, che con una mossa di puro marketing natalizio (francamente un rigo disgustosa), riempie la curva sanzionata per cori ingiuriosi con bambini dai 6 ai 12 anni (circa), viene multata, ancora, a causa dei cori di tali bambini! Bambini che hanno riproposto quello che è, probabilmente, l'epiteto più raffinato che i tifosi sono soliti indirizzarsi a vicenda. 

Il mio parere è che ci sia bisogno di più riflessione e di meno manganello (seppur metaforico). Pensare prima di sparare sentenze (letteralmente).
Magari chiedendo il parere a chi studia i fenomeni della società. Si, pare strano, ma questa figura esiste, si chiama “sociologo”.
Sarebbe interessante, ogni tanto, ascoltarne uno e chiedergli pareri su come, non dico risolvere, ma affrontare certe questioni.

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