Luoghicomuni
3 Dicembre Dic 2013 1759 03 dicembre 2013

Perchè ci interessa sapere chi è il sindaco di NY. L'Italia, l'America e le nostre città.

Come tutti sappiamo New York ha un nuovo sindaco: Bill De Blasio, americano di origini italiane eletto a furor di popolo da qualche settimana.

Sin dalla notte dello scrutinio, in Italia, analisi e dibattiti ma soprattutto un entusiasmo generale, diffuso. Genuino.

Perché? Perché ci interessa e appassiona il risultato della città di NY e ci “esalta” l’idea che il sindaco della Grande Mela sia qualcuno che ha radici nello Stivale? Qualcosa di simile all’entusiasmo nel vedere Luca Parmitano, un italiano, che dallo spazio ci racconta il mondo. Simile appunto, ma nel caso di De Blasio si tratta di un’attenzione ancora più forte e diffusa che non è solo “nostra”, cioè dei singoli ma che richiama l’attenzione generale e fa discutere con tg e trasmissioni tv sul sindaco “italiano” della città più importante del mondo. Perché? Sostanzialmente penso che ci siano tre chiavi di lettura, tre motivazioni che rispondano a questo interrogativo.

Innanzitutto siamo un popolo di (storica) emigrazione e l’idea che “uno di noi” oggi guidi la città più conosciuta del continente in cui molti amici e parenti si sono dovuti trasferire è un fatto che ci inorgoglisce.

Negli ultimi cento anni gli italiani hanno conosciuto il dramma di andare via dal proprio Paese e staccarsi dagli affetti più cari rischiando di perdersi e perderci. Un dramma che a metà del secolo scorso negli Stati Uniti era particolarmente odioso: per anni lì siamo stati solo “mafia” e “pigrizia”. Controllati e ghettizzati nelle varie “Little Italy” che nel tempo, grazie al lavoro degli italiani, si sono trasformate diventando attrazione e luoghi della nostra migliore espressione come la moda ed il cibo.  La cultura, il nostro stile e modo di (saper) vivere negli anni hanno trasformato ancora l’idea di Italia e degli italiani arrivando ad essere oggi punti di riferimento. Un percorso questo che ci ha visto orgogliosi quando Luxottica comprando il suo concorrente americano è diventato il primo produttore mondiale di occhiali o quando la Fiat ha preso il controllo del colosso USA dell’automobile Chrysler; un percorso che con l’elezione di De Blasio segna nuovo entusiasmo. Da immigrati da limitare dentro alcuni quartieri a chi è scelto per guidare la città. In questa prima considerazione, riscatto e orgoglio sono confortati anche dai numeri: New York è la prima città “italiana” degli States, con oltre 3 milioni italiani o discendenti di italiani che ci vivono stabilmente; si tratta della più grande città italiana degli USA (solo Roma e Milano la superano per numero di italiani residenti, le altre nostre “grandi” città sono dietro). Un pezzo di Belpaese oltreoceano, non soltanto moda, cibo e gusto ma una realtà quantitativamente rilevante che ci porta alla convinzione di New York come città del mondo e allo stesso momento città “italiana”. Ecco, che la più importante città del globo sia molto italiana e guidata da un italiano è per noi stessi un punto di soddisfazione molto alto.

Secondariamente tutti noi abbiamo la percezione che gli Stati Uniti siano in generale il luogo del “futuro” e l’idea che a guidarne la città simbolo ci sia un italiano ci entusiasma.

Chiunque trascorra qualche giorno – lavoro, vacanza o altro – in questa city, va via con la sensazione di aver visitato un luogo che come altri non ha pari nel mondo ma che è unico a rendere concrete le idee di innovazione, novità e modernità sotto vari aspetti. Vedere New York trasmette la convinzione che si è visto come sarà la vita tra qualche anno anche nel resto del globo. Vicende di ogni giorno, movimenti, tendenze, orientamenti e realizzazioni che sono da li a venire e che influenzeranno a breve il resto del mondo. Per stare ad esempi recenti e concreti: qui prima che altrove la finanza è stata osannata con la borsa di Wall Street come tempio del mercato mondiale e qui la bolla finanziaria che ha avuto un ruolo importante nella crisi che ancora viviamo è esplosa per prima al mondo; sempre qui sono nati i movimenti “occupy” che hanno caratterizzato una protesta che nel giro di qualche mese è diventata globale. Per andare su un altro terreno fortemente simbolico: è la maratona di New York l’evento sportivo più conosciuto al mondo che richiama decine di migliaia di persone da tutti i continenti annullando differenze e distanze di ogni tipo; questo appuntamento è divenuto un modello di mescolanza e integrazione oggi replicato ovunque ed identifica tout cour un’iniziativa sportiva con una città proiettandola nel mondo. La prima e ancora oggi più famosa di tutte è ancora quella di NY, sin dall’edizione del 1970.

E infine il terzo motivo, dato dalla percezione sempre più forte del ruolo delle città e dal rapporto tra i nostri territori e quelli degli States: negli Stati Uniti ci sono 8 città chiamate “Roma”, diverse “Venezia”, “Firenze”, “Napoli” ed un’infinità che si rifanno direttamente a nostri centri minori. Un legame fortissimo che, pur con l’oceano di mezzo, non viene meno nel tempo.

A questo aspetto di affetto si aggiunge la consapevolezza sempre più radicata ed evidente che, nel mondo, ruolo e compito delle città sia cresciuto e lo sarà ancor di più nel prossimo futuro. Tre esempi concreti: l’Unione Europea ha iniziato a sviluppare politiche che guardano ai singoli territori coinvolgono direttamente le aree urbane; la fondazione filantropica del sindaco uscente di New York, Michael Bloomberg, mette al centro della propria azione (e dei finanziamenti) le città del mondo puntando a farle competere tra loro sul terreno dell’innovazione; le grandi multinazionali, sempre più spesso, chiudono accordi direttamente con le capitali nelle quali scelgono di insediarsi e investire bypassando gli altri livelli istituzionali. Nel suo ultimo libro (“La nuova geografia del lavoro”), Enrico Mattei ci spiega, dati alla mano, come in un futuro non troppo lontano ci sarà una polarizzazione tra territori e la competition sarà sempre più tra grandi aree urbane culturalmente attrezzate e economicamente innovative e sempre meno tra le nazioni. Sempre più “locale” all’aumentare del “globale”.

Insieme a queste tre considerazioni sul perché ci interessa il sindaco di NY, c’è inoltre una riflessione finale tutta “italiana”. Che ha cioè qui da noi radici e motivazioni e che rende ancor di più forti i perché “ci interessa” avere contezza della città più importante del mondo.

Quella del nostro Paese è una “storia di Repubbliche e di Comuni”. Nello Stivale la cultura del municipalismo è radicata e forte ed è a questa radice che oggi guarda la politica italiana per rinnovare se stessa: Matteo Renzi, il principale elemento di innovazione del PD è il sindaco di Firenze e sono amministratori anche Debora Serracchiani, Nicola Zingaretti, Massimo Zedda, Paolo Perrone, Alessandro Cattaneo e Flavio Tosi, tutti ai vertici di città ed enti territoriali e tutti soggetti identificati, ciascuno nel proprio schieramento, come protagonisti del cambiamento. Guardando a New York proviamo a guardare a ciò che da noi potrebbe accadere. A cercare nel futuro della città capitale del globo ciò che partendo da un tratto identitario della storia del nostro Paese (i Comuni), potrebbe cambiare la politica italiana.

Ci interessa sapere chi è il sindaco di New York, per la curiosità di capire dove va il mondo e per capire dove va o dove potrebbe andare l’Italia.

@giacomo_darrigo

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