Alessandro Paris
Margini
4 Dicembre Dic 2013 1321 04 dicembre 2013

La pratica filosofica come terapia. Intervista a Stefano Zampieri

Continuano le mie interviste bio-filosofiche. L'attuale contesto storico neo-ellenistico (cfr post precedente) si rivela anche dalla riscoperta delle pratiche filosofiche a scopo di terapeutica esistenziale. Filosofi come Hadot e Foucault avevano già rilevato questo aspetto, e hanno contribuito , con altri, a offrire la possibiità di un paradigma nuovo (ma anche antico) rispetto alla dimensione accademica delle pratiche filosofiche.  Stefano Zampieri, filosofo e consulente filosofico, è uno dei più attivi animatori italiani della associazione Phronesis. Gli ho posto alcune domande a partire dalla sua esperienza, sulla filosofia come terapia. 

Caro Stefano, puoi presentarti brevemente?

È presto detto: mi sono laureato nel 1985 all’Università di Venezia con Mario Ruggenini e Salvatore Natoli. Da allora ha pubblicato numerosi studi di carattere filosofico e letterario (Blanchot, Heidegger, Savinio, Celan…) e in particolare per molti anni sono stato impegnato in una riflessione intorno alla testimonianza filosofica della Shoah, su questo tema ho pubblicato Il flauto d’osso. Lager e letteratura, Firenze, La Giuntina, 1996 e il saggio Dopo la Shoah. Apocalisse dell’umano, nel volume a cura di N. Novello Apocalisse. Modernità e fine del mondo, Napoli, Liguori Editore, 2008. Nel 2011 ho realizzato per l’editore BBN un testo per le scuole dal titolo: La rete della memoria. Percorsi sull’antisemitismo. Storia, letteratura, filosofia Tutto questo però riguarda la prima parte della mia esistenza. Perché la svolta decisiva è avvenuta sicuramente quando ho incontrato la pratica filosofica agli inizi del nuovo millennio. Solo allora hotrovato il senso della mia esistenza e la ragione dello studio che mi ha impegnato accanitamente fin da quando ero ragazzo

La mia formazione  in questo campo è avvenuta prima a Milano presso il Centro per lo Studio delle Pratiche Filosofiche e l'associazione Sofia, e poi in Phronesis - Associazione italiana per la Consulenza Filosofica. Successivamente sono stato membro del Direttivo nazionale e Presidente della medesima Associazione per la quale attualmente svolgo l’attività di Formatore e sono membro della redazione della rivista Phronesis. Nel frattempo ho cominciato a svolgere  attività di Pratica Filosofica sul territorio, e per questo ho fondato la prima Scuola Popolare di Pratica filosofica. E ora l’associazione Zona Filosofica a Mestre, presso la quale lavoro come filosofo consulente. Ho partecipato ad un progetto internazionale di ricerca sulla vita filosofica guidato da  Ran Lahav e denominato Philosophical Companionship e ho tenuto seminari sulla consulenza filosofica presso le Università di Venezia, Messina, Roma, Milano, Padova. Intorno ai temi della consulenza filosofica in tutti i suoi aspetti,  ho pubblicato molti lavori, ma forse il può significativo è anche il più recente, il Manuale della consulenza filosofica, Milano, Ipoc, 2013 che rappresenta un po’ un punto d’arrivo della mia ricerca.

 Quale pensi sia il ruolo del filosofo nella società attuale?

Penso che si prospettino due percorsi per il momento abbastanza diversi, forse in futuro destinati a incrociarsi e comporsi, la via della ricerca tradizionale e accademica, che resta una pratica essenziale della disciplina filosofica, e la via della cosiddetta “pratica filosofica” ovvero di una modalità di vivere la filosofia come disciplina personale, autoformazione, autoeducazione, modalità di articolazione della propria condizione di cittadini, di portatori di valori, di soggetti morali. In questo secondo contesto vedo con chiarezza il ruolo rinnovato del filosofo, credo che sia urgente pensare alla filosofia come occasione per la creazione di “spazi del pensiero” nei quali tutti possano tornare a confrontarsi, a discutere, a dialogare, ad analizzare e riflettere,  spazi che oggi non esistono più, perché sono franate le istituzioni dialogiche dei tempi moderni, i partiti, le chiese, gli spazi sociali che ormai sono soltanto spazi commerciali. Non vedo in questo momento nessun’altra istituzione culturale in grado di opporsi alla deriva consumistica che sta travolgendo la nostra società, se non la filosofia nella sua veste pratica.

 Cosa pensi del rapporto tra filosofia accademica, e filosofia non accademica?

Ho già risposto, posso solo chiarire che io non vedo le ragioni di un conflitto, quanto piuttosto quelle di una collaborazione, ciò che osta in questo momento non è nei contenuti o nelle forme, è solo una certa autoreferenzialità dell’università, soprattutto quella italiana, che non s’accorge di quel che di significativo accade al di fuori delle proprie aule. La particolarità storica della pratica filosofica infatti è proprio questa di essere nata fuori dell’università (non necessariamente contro, come sostiene una certa vulgata). Cioè di avere stimolato e consentito la creazione di luoghi non istituzionali nei quali far vivere la filosofia. Io sono convinto che in futuro quando ci si occuperà storicamente di questa vicenda proprio questo apparirà come il contribuito più rilevante di un intero movimento.

Mi aiuti a schizzare una diagnosi della società attuale?

Una diagnosi della società a mio modo di vedere non è difficile da stilare. Per dirla in modo lapidario, è una società che si avvia alla propria autodistruzione - io sono  un apocalittico come puoi comprendere – travolta dalla trasformazione universale degli oggetti e dei rapporti in merci da consumare. È ciò che appare vistoso  a chi come me fa il filosofo consulente, perché le problematiche che mi vengono proposte sono quasi esclusivamente legate alla lacerazione dei rapporti (in famiglia, negli affetti, nel mondo del lavoro, nelle relazioni amicali). È questo lo specchio della nostra società attuale, una società che schizofrenicamente spinge da un lato verso un individualismo consumistico e dall’altro verso una omologazione massiccia funzionale al mercato, e così travolti da spinte opposte, simmetriche e contraddittorie, ci ritroviamo alle prese con una identità che ci sfugge dalle mani, con una incapacità a istituire relazioni stabili, con una congenita debolezza ad esercitare i nostri diritti di cittadinanza.

Cosa pensi della pop-filosofia?

Non mi piace. Mi sembra una forma di filosofia che strizza l’occhio al mercato, che punta ad essere popolare nel senso in cui può esserlo una merce (una delle merci di cui si serve per essere “popolare”, sia un telefilm, i Simpson, Topolino, o qualsiasi altra cosa). Ma essere popolari come un sacchetto di patatine non significa essere tornati alla vita reale – che è quanto vorrebbe fare la pratica filosofica – significa piuttosto adattarsi alla mercificazione universale  magari sperando di raccattare qualche briciola dal mercato.  

E dei “philostar”?

Anche peggio. Rappresentano il modello  di filosofo che io combatto. E quando si dice che comunque fanno vendere libri di filosofia o fanno parlare di filosofia si dice una grande sciocchezza, in realtà le star della filosofia (che poi sono un piccolo gruppo, una compagnia di giro che ormai ha colonizzato tutte le occasioni di filosofia pubblica, tutti i festival), fanno pensare che esista una filosofia critica della realtà, mentre rappresentano solo l’accettazione e  la conferma di questo modello di società mediatica, effimera, e spersonalizzante in cui siamo solo e soltanto clienti e spettatori, mai attori.

Quali libri sono stati determinanti nella tua formazione, e consiglieresti di leggere?

Questa è una domanda difficile, perché i libri davvero importanti per me sono stati molti e diversi in fasi diverse della mia. Un po’ a braccio credo che le esperienze più forti in passato le ho vissute quando mi sono imbattuto in Essere e Tempo di Heidegger, o nell’Infinito intrattenimento di Blanchot, o ne L’esistenzialismo è un umanismo di Sartre. In una seconda fase è stata determinante la lettura di Celan, e di Antelme. E poi ancora La Filosofia del dialogo di Calogero o La filosofia dopo la filosofia di Rorty, più recentemente Le sfide dell’etica di Bauman, e potrei continuare  a lungo. Come vedi si tratta di testi molto diversi fra loro, anche in netta contraddizione, perché il mio approccio agli autori è personale, un autore per me è grande quanto più “mi fa pensare” non è importante che mi senta più o meno d’accordo con ciò che dice, è essenziale che mi faccia pensare.

Qual è il ruolo tra filosofia e (auto)biografia?

Il rapporto per me è strettissimo, la filosofia è la mia vita, e il mio tentativo è quello di realizzare una vita filosofica. In questo senso la mia bibliografia, i libri che ho scritto rappresentano precise fasi della mia esistenza. Parti di me.

Stai lavorando a qualche nuova cosa?

Sto lavorando ad un progetto che è insieme una pratica, si tratta di ciò che chiamo “Figurazione dialogica”, una forma di dialogo in piccolissimo gruppo che si sviluppa a partire da immagini. Ma è anche una modalità di utilizzare filosoficamente l’immagine (visiva o verbale). Sto preparando un lavoro in questo senso, una raccolta di immagini dialogate che descrivono alla esistenza umana. Intanto è appena uscito un piccolo assaggio in forma di Introduzione a un breve testo di Fernando Savater, La scuola di Platone (editore Ipoc), che commenta un affresco ottocentesco. 

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