Giulia Valsecchi
Cineteatrora
4 Dicembre Dic 2013 1105 04 dicembre 2013

L’indolenza di una madre assassina, il microfono e la realtà di Dennis Kelly

La cronaca di un’intervista o la revisione di una realtà distorta. Impressa nel quadrante ampio di un video a tutto campo c’è il primissimo piano di Donna che racconta di una cella d’isolamento. Il suo perdersi tra l’omicidio di due figli dichiarato con facilità nervosa come morte imprevista e le domande di un presunto intervistatore drammaturgo e demiurgo della tragedia regola i volumi pressoché piatti di un filtro tecnologico. Ci sono i microfoni puntati e lo sconcerto della distanza dal male, subito riafferrato da una sequenza d’altre interviste e individui che finiscono per sovrapporsi. Da un lato la burla del giornalista rampante e sesso dipendente, dall’altro le smanie per l’ego di uno psicologo che conia una sindrome ad hoc per definire il caso della nuova Medea.

Taking care of baby di Dennis Kelly scorre sul filo di un montaggio aperto e squarciato dal campo controcampo di interviste e casi di cronaca. La corrente alternata, fatta di sincopi, insuccessi, raggiri, carrierismi e baratri dell’individuo viene a galla con la crudezza che è del vivere non filtrato. Eppure, nella messinscena proposta da Fabrizio Arcuri, proprio il nucleo fondante della credibilità scenica sembra venire meno. Il ritmo indolente dei passaggi di voce senza un reale crescendo, ma con la brama di evidenza scenografica, spezza le reni a un copione che chiama aria tra le domande e farebbe davvero il salto se si cogliesse la traccia disperante nell’apparente risolino.

La parola offerta a Lynn, madre di Donna e candidata alle elezioni, è sì un giusto inseguimento di ribalte, un arduo tentativo di sfruttare e insieme rifiutare la telecamera da Grande Fratello che stringe in una morsa, ma anche l’occasione per restituire l’altro volto e l’altra età a qualcuno che cerca continuamente di risalire la china e viene stroncato dalla morte o dalla dipendenza tossica di chi gli sta attorno. Chi non smette di ciarlare è l’esperto di psicopatologia camuffato sotto una parrucca che vanifica i rapporti tra cervello e verità pronunciata per continuare a passare la palla all’assassina protagonista dell’incalzare più o meno squallido di richieste sull’atto terribile che ha commesso.

Donna, riassunta nella svagatezza di Isabella Ragonese, compare in un video, dietro una telecamera e solo da ultimo in posizione centrale e di proscenio. Ma sono espedienti forse poco utili alla drammaturgia che riferisce piuttosto di un silenzio malato, di un dannato ritorno ciclico ai medesimi errori per cui non esistono risposte. E sono le stesse ossessioni scaturite da quella “sensazione del dolore che può solo peggiorare” e dovrebbe rappresentare il fulcro polivalente della messa in scena.

Il tentativo di piegare una scrittura corta e anglosassone agli atti e alle brutalità confessate si ritrasmette in un’ipocrisia d’insieme che, se è certamente ficcante a rimarcare le dorature pericolose della diplomazia mediatica, non leva sufficiente patina e coloritura a una vicenda di prosciugamento sociale, alienazione e perdita che le parole continuamente riportano all’attenzione. Non è cioè l’effetto che serve il gioco al massacro per corrispondenza e intervista di Kelly, ma una corrente rapida e sinistra, un dolore palpabile dietro l’argine della facciata, una misura complessa di umanità che rincorre ed è travolta.

Forse è proprio dall’indifferenza sotterranea all’ascesa politica di Lynn, dalla colpevolezza di Donna e dall’afasia del marito che si tira lo stesso filo aggrovigliato di cui, però, non rimane segno chiaramente tangibile. Si rischia di distrarsi, di non riconoscere verità nella convenzione, né una storia che resti per davvero, ma un’intenzione approdata a un sentimento teatrale che va oltre la materia violenta del fare testamento su personaggi di cronaca, preferendogli l’esposizione videografica e la forzatura.

Ci si può allora domandare quale sia il peso effettivo dei rapporti tra menzogna e racconto verosimile, uno dei rovelli di Kelly, e non a caso una buona proposta di discussione anche rispetto alle scelte del gruppo degli Artefatti. Che la ricerca sia un terreno fertile, di deragliamenti leciti e utili a fornire crepe nell’immobilità, è un credo teatrale condivisibile finché non si percepiscono dispersione dell’ego e incrocio maldestro con una drammaturgia d’autore. Guardare negli occhi, indagare nella nudità dell’attore o anche nella sua riflessione dentro i media e le scritture restano sfide avvincenti. E dunque dispiace se, su quel motore, si innestano trucchi che allontanano dagli alfabeti di un lavoro che ha il pregio di sovvertire e rimontare il mondo in diretta.

Fino al 5 dicembre 2013 – Teatro Elfo Puccini Milano

Taking care of baby

di Dennis Kelly

traduzione Pieraldo Girotto

regia Fabrizio Arcuri

con Isabella Ragonese e Matteo Angius, Francesco Bonomo, Pieraldo Girotto, Francesca Mazza, Sandra Soncini

materiali sonori Subsonica tratti da mentale/strumentale (inedito nel cassetto)

produzione Accademia degli Artefatti, Teatro Stabile di Torino, Napoli Teatro Festival Italia

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook