Vittorino Ferla
La Luna storta
8 Dicembre Dic 2013 0852 08 dicembre 2013

Goodbye Lenin! Che farà Renzi della sinistra?


La statua di Lenin nel film "Goodbye Lenin!"

La vittoria di Renzi alle primarie del Pd ricorda in qualche modo “Goodbye Lenin!”, un delizioso film tedesco del 2003.

Nel film Christiane, una fervente sostenitrice della Repubblica democratica tedesca, si risveglia dopo otto mesi di coma, ma in questo lasso di tempo il mondo è profondamente cambiato:  muro di Berlino caduto, le prime libere elezioni nell'Est hanno spazzato via quarant'anni di governo socialista, e le due Germanie si stanno avviando a passo spedito verso l'imminente riunificazione.

Su suggerimento dei medici, il figlio Alex cerca di proteggere da una nuova ricaduta la madre, approfittando dell’immobilità di lei: per farlo, le ricostruisce intorno un ambiente identico a quello della ex RDT. Nel corso di un dialogo tra i due la madre dice: Che strano, non è cambiato niente”. E il figlio risponde: “Perché, doveva cambiare qualcosa?”

Un giorno Christiane, non controllata dai figli, si alza dal letto ed esce di casa. Percorrendo pochi metri, scopre un mondo diverso: vestiti alla moda, arredamenti creativi, automobili di lusso, immagini sante, pubblicità occidentali. E perfino un elicottero che sta portando via una grande statua di Lenin.

La donna viene riportata comunque a casa e viene di nuovo illusa. Alla fine – grazie all’ennesima abile messinscena del figlio – morirà credendo in una rivoluzione alla rovescia, in cui sono i tedeschi dell’ovest a fuggire ad est, grazie alla caduta del Muro di Berlino.

Diciamo la verità. In questi anni, la dirigenza del Pd, specie nel suo filone dalemiano e bersaniano, è sembrata molto simile ad Alex. E la base degli iscritti del Pd molto simile a Christiane. I primi impegnati a reiterare all’infinito visioni del mondo e ricette di governo ormai accantonate dalla storia. I secondi ostinati nei propri fortini mentali a proteggersi contro i barbari venuti dalla società moderna. L’ultimo di questi barbari è un certo Matteo Renzi, prontamente individuato e sterilizzato alle primarie del 2012 (e con lui tutti coloro che lo avevano appoggiato).

Oggi, il voto degli iscritti ai congressi del Pd sembra avere capovolto la situazione dopo solo un anno, nel corso del quale il popolo del Pd, a causa di quel voto scellerato, ha dovuto bere amari calici. Il voto degli elettori delle primarie 2013 arriva a spazzare via tutto. Quello che sembrava il cavallo di troia del nemico sarà il segretario del Partito democratico e il futuro candidato alla guida del Paese. Fine della storia? Per niente.

In primo luogo, perché i nostalgici della RDT – ci sia consentita ancora per un po’ questa metafora - sono ancora lì. Sono tra i funzionari, i dirigenti e i parlamentari del Pd e non hanno nessuna intenzione di farsi da parte. E sono tra gli iscritti, tra i militanti di base e nella gran parte della Intelligencija presente nelle università e nelle grandi città. Dalla trincea di una critica militante e permanente ispirata da un antico sogno pauperista, dirigista e burocratico. Un sogno fallito ma ricorrente che condanna tutto il paese ad una perenne retromarcia.

In secondo luogo, è forte il rischio che, per assecondare questa sinistra arcaica, per non turbare militanti e intellettuali più o meno organici, per paura di saltare definitivamente dall’altra parte del Muro (sarebbe finalmente l’ora, a 25 anni dal 1989!), l’impulso riformatore del primo Renzi (quello delle primarie del 2012 contro Pierluigi Bersani) si stemperi e scolorisca. Le avvisaglie di questo rischio sono evidenti: il documento congressuale è meno potente rispetto a quello del 2012, nei dibattiti televisivi (compreso il ‘Pd-Factor’ trasmesso su Sky) le parole sono meno chiare. Troppi distinguo per non scontentare o troppe ovvietà per tranquillizzare.

Certo, sono soltanto le primarie di un partito. Ma questo partito va cambiato radicalmente proprio nel modo di pensare. Certo, si elegge solo il segretario del Pd. Ma il segretario del Pd sarà anche il candidato premier. E l’Italia non ha più tempo per le mezze misure o per le utopie fallite.

E allora Goodbye Lenin! Bisogna saltarlo definitivamente quel muro verso l’Ovest.

(Questo articolo è tratto da Qdrmagazine)

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