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9 Dicembre Dic 2013 2330 09 dicembre 2013

Ai Mondiali di calcio più politica che qualità, ma sembra andar bene così

Dopo il sorteggio della fase finale della prossima Coppa del mondo di calcio, si è detto che la Nazionale italiana è stata sfortunata perché è finita nel 2° girone più forte sugli 8 possibili. Ma è solo naturale che sia così: se si partecipa alla fase finale di una manifestazione di livello Mondiale, si sa che occorre sconfiggere i più forti per conquistare la vittoria finale.

Piuttosto sono stati gli altri gironi a essere scandalosamente deboli. I dirigenti del calcio mondiale, spinti dall’ambizione di non scontentare nessuno, hanno rischiato di abbassare il livello sportivo della manifestazione.

Qualche dato numerico per chiarire il concetto lo ha fornito Fabio Licari su la Gazzetta dello Sport dello scorso 5 dicembre. Sommando le posizioni nel ranking Fifa (aggiornato al novembre 2013) delle nazionali che lo compongono, il girone più duro dei Mondiali che si disputeranno nei prossimi mesi di giugno e luglio in Brasile è quello della Germania: 45. Il girone dell’Italia somma 57. Tutti gli altri gironi sono sopra 80, con quello del Belgio a 113.

Ma più significativo è considerare che le 32 nazionali presenti in Brasile non saranno in effetti le prime 32 del ranking. 7 di esse sono state escluse, e sono tutte europee – a cominciare dall’Ucraina che occupa il 18° posto per finire con la Romania che occupa il 32°. Se la fase finale del Mondiale di calcio si disputasse a 16 squadre (come è stato fino al 1978) tutte le più forti ci sarebbero. Se fosse a 24 squadre, come fu fino all’edizione del 1994, soltanto una delle prime, l’Ucraina, sarebbe esclusa, ma tutte le altre ci sarebbero.

Con 32 posti, ci sono 3 partecipanti (il Camerun, la Corea del sud e l’Australia) che sono oltre il 50° posto, e altre 3 che sono oltre il 40°.

In sintesi l’alta qualità calcistica si trova in Europa e in Sudamerica, come dimostra la storia della manifestazione: su 19 edizioni fin qui disputate, 10 sono state vinte da Nazionali europee (qui il link alla Wikipedia con qualche dato) e 9 da sudamericane. E soltanto una volta, nel 2002, giunse in semifinale una squadra di un altro continente: l’asiatica Corea del sud (che poi perse la finale per il 3° posto dalla Turchia, nazionale cooptata in Europa).

Ma la geopolitica interna alla Fifa, l’organizzazione che organizza i Mondiali, penalizza questo continente per inserire le squadre africane, asiatiche, nordamericane e dell’Oceania.

La motivazione è comprensibile: se una manifestazione ha l’ambizione di essere davvero «mondiale» deve comprendere la partecipazione di tutte le nazioni del mondo... anche di alcune di quelle che non sono rappresentate all’Onu, perfino. E la Fifa le accoglie tutte. La qualità, perlomeno quella media, magari ne risente un po’. Ma la popolarità ne esce esaltata. Secondo i dati dell’audience televisiva, l’edizione del 2010 è stata vista da 3,2 miliardi di persone, con un picco per la finale di 909 milioni di telespettatori collegati in diretta.

E allora, be’, quelli della Fifa sembrano aver costruito un sistema accettabile per tutti.

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