Alessandro Oliva
Viva la Fifa
12 Dicembre Dic 2013 1559 12 dicembre 2013

Guida al fallimento (o quasi) delle italiane in Champions League

Il calcio non è una scienza esatta, diceva il buon Franco Scoglio. Esistono però alcune situazioni oggettive che possono spiegare perché delle 3 italiane in Champions League, solo il Milan si sia guadagnato il passaggio agli ottavi di finale. Un risultato negativo per il nostro calcio, che ne uscirà svantaggiato rispetto agli altri grandi campionati europei dal punto di vista economico (chi esce ora perde circa 30 milioni di euro), ma anche tattico e politico. Cosa ha determinato tale fosca situazione?

Esperienza. Il Milan passa perché ne ha avuta di più di Juve e Napoli. Non è un caso che i rossoneri considerino l’Europa come la propria casa, a dispetto del campionato. Un dato su tutti: contro l’Ajax, dopo l’ingenua espulsione di Montolivo, un’intera squadra si è sacrificata, compreso (udite udite!) Balotelli, che ha dato una mano fondamentale alla squadra in fase di copertura. Una vittoria di Allegri, che almeno per una sera è riuscito a disciplinare il ragazzo. La Juve, in Turchia, si è ritrovata con giocatori forti (Vidal) e di prospettiva (Pogba) senza la giusta malizia: il francese diventerà un signor calciatore, ma non era il caso di mettersi a fare i numeri a centrocampo in una partita in cui bisognava fare quello che ha fatto il Milan contro gli olandesi. Stesso discorso si può fare per la retroguardia del Napoli, che soprattutto a Dortmund (in una delle due gare perse) ha fatto più danni che altro.

Zona. In Europa, da anni, domina quella che gli inglesi chiamano la zonal marking e noi “marcatura a zona”. Nell’ultimo decennio, in particolare, molti grandi allenatori l’hanno adattata al proprio credo: dall’albero di natale e al palleggio di Carlo Ancelotti (che non a caso con il Milan ha vinto di più in Europa) al meccanismo perfetto di Pep Guardiola, passando per il calcio totale e di grande sacrificio di Mourinho, che non a caso ha vinto in Europa con un’italiana quando ha convinto Eto’o a fare il terzino in fase di non possesso. Anche Benitez la pratica, essendosi formato inizialmente sugli appunti di Sacchi: lo spagnolo ha infatti vinto 3 finali europee su 4 tra Champions ed Europa League. Benitez ha però pagato il fatto di aver voluto fin da subito portare avanti un progetto tecnico-tattico con una squadra che non ha quella estrazione. Si è visto nella prima sconfitta a Londra: incredibile come il Napoli abbia sprecato i palloni recuperati, non riuscendo a resistere al pressing asfissiante dell’Arsenal e alla sua partenza d’attacco. Lo stesso che in fondo soffre Conte fuori dall’Italia. In serie A è abituato ad affrontare squadre che attendono, all’estero nessuno ti aspetta, Copenhagen e Nordsjaelland compresi (se ricordate l’1-1 dello scorso anno in casa loro).

La morte del 3-5-2. Conte deve poi staccarsi dal 3-5-2: in Europa non lo usa nessuno, per evitare che (per esempio) se si gioca contro il preponderante 4-3-3, gli esterni di centrocampo vengano marcati stretti senza alcuna possibilità di palleggio, lasciando tutto il lavoro alla difesa, destinata così a crollare. E non è un caso che Conte lo abbia scartato in favore del 4-3-3 dei due match contro il Real Madrid, ovvero le due gare giocate nel complesso meglio nel girone.

Contiamo politicamente poco. Se il campo innevato “is not football”, come ha urlato il tecnico bianconero alla terna arbitrale contro il Galatasaray, perché la Juve non ha imposto alla Uefa di non giocare il match? Le parole a fine gara di Andrea Agnelli (“E’ uno schifo”) non sono il semplice lamento di uno sconfitto, ma la constatazione di un fatto: che il nostro calcio è politicamente nullo. I soldi sono negli altri grandi campionati e la Uefa, che ormai si comporta in tutto e per tutto come la Fifa, questo lo sa.

Detto questo, il calcio ha la sua imprevedibilità. A volte basta poco per restare in mano con un pugno di mosche. Una nevicata eccezionale a Istanbul, un gol di Gosskreutz a Marsiglia, una rovesciata di Klaassen fuori di un nulla all’ultimo minuto. Che il calcio non è scienza esatta lo abbiamo già detto, vero?

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