Pirates! Not the Navy!
13 Dicembre Dic 2013 1626 13 dicembre 2013

Globalizzazione: il Far-west delle opportunità

Il tema è da avvocato del diavolo perché il politicamente corretto all’italiana vuole che la globalizzazione si condanni, senza appello e soprattutto seppellendone culturalmente i difensori. Questa connessione globale e questa concorrenza che sbuca da tutte le parti nei borghi peninsulari non è mai piaciuta. I cinesi cattivi si sono presi il tessile, poi è venuta la volta del riso cambogiano, per non parlare dei mobili IKEA. E che dire, poi, della delocalizzazione? Che ha portato capitali e lavoro altrove, dove produrre è più facile e quindi conveniente.

Sul fatto che l’Italia stia perdendo la maratona mondiale non v’è dubbio ed in essa risiede proprio il dramma che oggi affligge il Paese. Nelle rivolte forconare e in Parlamento, da destra a sinistra, è tutto un gran parlare contro la globalizzazione, la concorrenza scorretta, le imprese che fuggono, i dazi che ci vorrebbero. Ultimamente è capitato di leggere, in documenti dal sapore nazionalistico, che bisogna difendersi, probabilmente a colpi di forconi e dogana, dal “Far-west della Globalizzazione”. Premesso che a noi il Far-west piace perchè esprimeva l’idea di una corsa a sviluppare le attività umane, all’ampliamento della proprietà privata, alla ricerca dell’oro e della fortuna, alla fondazione di un sistema imprenditoriale che è ancora vincente nel mondo. Insomma, uno spirito vitale e giocoso che abbiamo perso per ritrovarlo solo in qualche film di Sergio Leone.

Divagazioni storiche a parte, pare evidente che la globalizzazione sia un terreno sterminato di possibilità per l’individuo. Senza mobilità di capitali ed individui non avremmo la possibilità di lavorare dove più ci soddisfa, di studiare all’estero o di espandere le nostre imprese in altri Stati. Le merci non circolerebbero così velocemente ed i no-global non avrebbero gli i-pad da cui scrivere di complotti internazionali. Dati alla mano, la globalizzazione ha ridotto di molto coloro che vivono al di sotto della soglia di povertà e allo stesso modo ha migliorato le condizioni di vita delle popolazioni degli Stati in via di sviluppo. Basti pensare alla Cina, all’India, all’Indonesia, al Brasile e via dicendo. Certo l’aumento della concorrenza, modalità e costi diversi nella produzione hanno costretto i Paesi occidentali a ripensare e ridisegnare i propri modelli di sviluppo. Alcune attività, come l’industria pesante, sono state e saranno destinate naturalmente a spostarsi, ridurre i posti di lavoro o variare gli schemi produttivi e questo crea inevitabilmente disagi a cui la politica dovrebbe dare risposta.

In Italia questo non accade perchè è mancato il primo step: ridisegnare il ruolo dello Stato in un contesto globalizzato. Siamo rimasti indietro, abbiamo continuato ad alimentare un welfare anni ’70, a viver sopra le nostre possibilità ampliando la spesa pubblica, ad avere un mercato del lavoro incancrenito e soprattutto ad avere una tassazione estremamente penalizzante. Questo ha significato la fine dell’afflusso dei capitali stranieri e la fuga dei capitali italiani. Le aziende chiudono qui e aprono altrove se stanno bene, oppure chiudono e basta con buona pace dei lavoratori, dell’indotto, dei commercianti. In questo scenario però la vulgata comune si ritorce contro il Far-west della globalizzazione che smaterializza impresa e lavoro. Nessuno però dà una risposta né protestaria né intellettuale all’altro Far-west, quello dello Stato. Quello che permette al legislatore di cambiare ogni anno le norme fiscali, di sorvegliare il contribuente, di fare la cresta sulla presunta evasione riscossa ai burocrati, di lasciar chiudere gli stabilimenti dalle ordinanze della magistratura, di instaurare il regime dell’onere della prova invertita nel processo tributaria, di sfiancare i produttori con imposizioni fiscali vicine al 70%.

Lo Stato italiano ha scoraggiato intere categorie di produttori, li ha spaventati, li ha fatti chiudere, gli ha pignorato i beni, sequestrato locali, sottoposti a processi da incubo, non ha pagato ciò che doveva alle impresa che hanno lavorato per egli stesso. Li hanno marchiati d’infamia, colpevolizzato intere categorie con generalizzazioni orrende, condannato il lusso, la ricchezza, oppresso anche il divertimento. La burocrazia è un killer silenzioso che tutto può prendere e tutto può togliere. Così tantissimi chiudono, pochi resistono, molti se ne vanno. Si chiude per tasse e iper-regolazione più che per fallimento del mercato e così il sistema si ritorce su se stesso. Però la colpa è degli altri: cinesi, arabi, cambogiani, indiani. Spietati competitori in un mercato in cui gli italiani hanno scelto di non giocare, ma di subire. Abbiamo protetto la burocrazia, il pubblico, il fasullo bene comune a scapito dell’impresa, della ricchezza, del lavoro.

E ora deviamo semplicisticamente la colpa su ciò che è inarrestabile e più evidente: la globalizzazione. Questa enorme corsa in cui abbiamo deciso di partecipare correndo con i pesi attaccati alle caviglie mentre gli altri corridori ci sorpassano. E la colpa non è dei pesi, ma degli altri che ci superano. Suona strano, vero? E l’unico modo per uscirne dovrebbe essere il dazio: cioè mettere i pesi anche sulle caviglie degli altri, imbucando una via senza uscita che ci farebbe molto più male della globalizzazione. Quante persone perderebbero il posto se gli altri Paesi decidessero di alzare il tributo sulle Ferrari o sulle scarpe o sui vestiti o sull’alta mobilia italiana? Se i cinesi scegliessero, in risposta al nostro dazio sul riso, di fare a meno dei prodotti italiani? Sarebbe l’ennesimo disastro del protezionismo. L’impresa non va protetta con dazi e sussidi pubblici, l’impresa va liberata dalle tasse e della burocrazia. Perchè solo così il mercato globale potrà premiarci, le nostre attività riprendere, i capitali ed il lavoro ritornare. E per un Paese, come il nostro, capace di costruire oggetti che hanno il valore dell’unicità, la globalizzazione è una manna dal cielo, una manifestazione di patriottismo, un’affermazione di orgoglio, un’autostrada di opportunità.

E allora a chi per far-west indica una situazione confusa ed illegale chiediamo: preferite il far-west dello Stato o quello della globalizzazione? E’ più criminale il primo oppure il secondo?

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