Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
18 Dicembre Dic 2013 1032 18 dicembre 2013

Amleto all'Hotel du Nord


"Amletò", regia Giancarlo Sepe.

A Roma tornano di moda le cantine. In una fase di estrema difficoltà e latitanza delle istituzioni, sono ancora una volta gli spazi alternativi, l’off e l’off-off capitolino a tenere viva l’attenzione sull’arte teatrale. Eclissatasi un po’ – non certo per volontà dei diretti interessati – anche la stagione brillante dei centri sociali (osteggiati tutti o quasi), sembra di tornare alle epoche militanti della Roma d’antan: tra spazi storici, e altri nuovi o rinnovati, la geografia teatrale romana si aggiorna ancora. Così, il cronista dello spettacolo passa dall’Argot al Tordinona, dall’Orologio al Fanfulla, tutti rigorosamente sottoterra o quasi, spingendosi fino alle periferie vivaci del Quarticciolo. E capita anche, un po’ per caso un po’ per amicizia, in uno spazio orgogliosamente resistente, quel teatro La Comunità, a Trastevere, dove opera da sempre il regista Giancarlo SepeA dire il vero, sono andato “in veste privata”, non per recensire insomma, ma spinto dalla curiosità e dalla lettura di un bell’articolo di Nicola Fano (succedeoggi.it).

Però, di fronte all’eleganza, alla compostezza, all’efficacia dello spettacolo, ho pensato fosse più che opportuno darne conto ai miei dieci lettori.

Sepe ritrova lo smalto di quel suo teatro gestuale, fisico, evocativo: con un lavoro di semplice impianto, ma di accattivante immaginario, conduce un gruppo di validi interpreti in un affondo multiplo dell’Amleto shakespeariano. Il titolo, Amletò, con l’accento finale, già di suo apre a una rilettura parodica, a un gioco di specchi e di citazioni di raffinata fattura. L’impianto, infatti, non solo trasla la vicenda del pallido principe nei meandri della seconda guerra mondiale (niente di nuovo, direte voi) ma la interseca, la mescola argutamente con la struggente bellezza di Hotel du Nord, il film del 1938 di Marcel Carné.

Ecco, allora la ragione di quell’accento sulla fine di Amleto: è un gioco al preziosismo francese, a quella Parigi dei bassifondi e della passione, dell’amour fou e della perdizione. Con quei volti alla Barrault, alla Jean Gabin o Arletty o Piaf, volti di cui ci s’innamora facilmente, e quelle voci consumate dalla Gauloises: è un mondo in cui lasciare spazio allo struggimento e alla nostalgia, abitato da scarrozzanti, da circensi quasi, con il coltello facile e le passioni trascinanti. Mondo di rifugiati, di emarginati, di fuggiaschi. E lo spettacolo decolla, infatti – dopo un prologo forse un po’ insistito – con una superba e divertente sequenza di fuga in auto della famiglia Amleto (il padre re, la moglie Gertrude e il figlio Amleto) inseguiti da un mastino nazista che non vuole mollare: una scena che varrebbe lo spettacolo, nella sua semplicità ed efficacia.

Da quel momento, è una sequela di invenzioni-situazioni, di rimandi e citazioni, di giochi e ironie: ad esempio mettendo in scena l’amore disperato, sincero e ricambiato di Claudio per la bella Gertrude, precedente al matrimonio di lei con Amleto padre; oppure la languida morte di Ofelia nel Canal Saint- Martin; o ancora il grottesco teatrino dei “comici” fino al divertente e amaro finale, affidato al bilancio “esistenziale” del povero, depresso, principe che non ne può più della sua famiglia.

Parlato in un francese mezzo vero mezzo inventato, con una gestualità millimetricamente architettata (ottimo il lavoro fatto dal protagonista Guido Targetti, tra Louis Jouvet e Decroux) Amletò è un piccolo, piacevolissimo, pezzo di teatro. Nel cast, nella cui corale forza è la bellezza dello spettacolo, oltre al citato Targetti, vale segnalare almeno la Gertrude di Teresa Federico, il Claudio di Yasser Mohamed, il re di Manuel D’Amario e il Laerte di Daniele Biagini, cui si affiancano Federica Stefanelli (Ofelia), Elena Fazio (Rosencrantz), Mauro Recanati (Guildenstern).

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