Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
19 Dicembre Dic 2013 1356 19 dicembre 2013

Senza stagione: la crisi del Palladium di Roma


Il teatro Palladium di Roma

La notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno: la Fondazione Romaeuropa cancella la stagione del Teatro Palladium. Speriamo sia solo una sana “provocazione”, una scossa che il Cda della Fondazione ha voluto dare alla situazione stagnante della città. Altrimenti sarebbe proprio un brutto affare: un guaio, che fa rabbia e fa pure un po’ incazzare.

Anche perché tra i motivi che stanno alla base di una simile, amara, scelta, non c’è la malagestione, o il disinteresse del pubblico, anzi, eccone i dati: 6 mesi di programmazione, 44 eventi per 163 repliche, 29.374 presenze e 472 uscite stampa tra pubblicazioni cartacee e online. C’è, invece, un’inarrestabile, decadente, tendenza dell’Amministrazione, a tutti i livelli, a non sostenere adeguatamente la cultura, lo spettacolo, l’arte. Dunque, tagli e mancanza di certezze per il futuro. Il fatto, al di là degli spettacoli “salvati”- tra cui l’atteso debutto del nuovo lavoro di Emma Dante – è significativo proprio come perdita, per la città, di un luogo, di un pensiero, di un percorso di grande valore.

Di fatto, la Fondazione Romaeuropa è l’unica che ha garantito , accanto a una costante attenzione al “nuovo” e – con altre iniziative sempre però legate a certa “marginalità”, economica non artistica, come “Le vie dei festival” o “Short theatre” o poco altro – un respiro internazionale a quella che potrebbe, e dovrebbe, essere una capitale europea. La città della cultura, insomma, perde un altro pezzo di cultura.

Per quel che riguarda lo specifico del teatro, infatti, non possiamo non registrare la chiusura di India, la fatica del Valle (occupato o meno), la latitanza di altri spazi: e dunque torniamo “catacombali”, non più “cantineschi”. E in questa geografia teatrale, il Palladium, che pochi mesi fa ha festeggiato il decennale di attività, era diventato un punto di riferimento.

Me la ricordo l’apertura del teatro, dieci anni fa. La sorpresa, lo stupore: anche noi che abitualmente frequentavamo i teatri non conoscevamo quello splendido spazio. E fu davvero emozionante arrivare, la sera, alla Garbatella, in quel quartiere popolare e raffinato che è rinato anche grazie al suo teatro. Il Palladium, quella struttura imponente, si illuminava di nuova vita. All’interno, lo staff impeccabile e sorridente di Romaeuropa; poi la sala così originale, con i colori e quel gusto “europeo” che in città mancava. Il Palladium veniva definitivamente e veramente restituito alla città: di lì a poco sarebbe diventato un punto di riferimento imprescindibile per la capitale. Da quelle prime, vivacissime, stagioni, i ricordi e le immagini si sono moltiplicati. Come dimenticare il folgorante impatto di Marina Abramovic sospesa in cielo, le braccia aperte come in croce, il seno nudo e due serpenti a farle compagnia?

Oppure il crocefisso blasfemo de La Scimia, di Emma Dante; l’Artaud americano di Peter Sellars; il viso splendido di Giovanna Mezzogiorno che dava voce alle inquietudini di Sarah Kane…

Si potrebbe fare una bella “storia del teatro contemporaneo” a inseguire e mettere in fila le immagini, le suggestioni, le visioni del teatro Palladium. Ma le immagini – ce lo ricorda George Didi-Huberman – raccontano molto di più di quello che mostrano. E allora, a leggerle bene – immagini della memoria o immagini fermate nello scatto fotografico – ci si rende conto che la narrazione-Palladium è molto più complessa e articolata di quello che appare.

La prima impressione è che, in questi dieci anni di vita, vi sia stata una sostanziale, robusta attenzione per i cosiddetti “grandi nomi”. È un fatto che alla Garbatella siano passati, oltre ai già citati, anche Peter Brook, Socìetas Raffaello Sanzio, Jan Fabre, Patrice Chereau, Barberio Corsetti, William Kentridge, il Deutsches Theater Berlin e tanti altri (mi limito alla cosiddetta “prosa”, se questo termine ha un senso). Però questi “grandi nomi” non sono, in definitiva, “di cassetta”: ossia hanno fatto incassi, certo, ma per l’altissima qualità artistica. Dunque il Palladium si è imposto, subito, come luogo dell’eccellenza, teatro dove mostrare il magistero artistico di artisti (giovani o vecchi che siano) capaci di ragionare sul linguaggio, sui codici del teatro.

Ma non è ancora questo l’importante (per quanto sia importante). Il fatto su cui riflettere è che nella programmazione del teatro, accanto ai “grandi”, hanno sempre trovato spazio le cosiddette marginalità, ossia la scena indipendente. Questo vorrei sottolineare, soprattutto oggi.

Come si sa, i (pochi) Teatri stabili pubblici (o privati) d’Italia che aprono i propri spazi alla scena giovane, relegano quasi sempre le proposte “nuove” in seconde sale o cartelloni B. Quasi che il teatro “contemporaneo” sia obbligatoriamente alternativo e minore rispetto a quello “classico”. Si sono creati, così, circuiti “protetti” all’insegna di una eterna marginalità. Diverso il discorso al Palladium. Qui non si è fatta separazione tra giovane e vecchi, tra nuovi e classici, tra maestri e allievi. La linea invalicabile è la qualità, ovviamente. Poi c’è stato – e sempre c’è – spazio per tutti. Si è trattato, insomma, di un progetto a lunga gittata, di un disegno ampio, strutturato: così, grazie alla “integrazione” di cartelloni, il Palladium si è trasformato subito in un spazio aperto, vivo, attento sistematicamente al nuovo, tanto da farne fiore all’occhiello.

Si potrebbe fare un altro elenco delle meraviglie: tutti o quasi i “fermenti” del nuovo teatro sono passati per il Palladium, trovandovi anzi un’eventuale consacrazione. A partire da Emma Dante, certo una delle espressioni più forti ed alte del teatro italiano che ha stabilito, per alcune stagioni, la propria “casa” nel teatro romano. Ma sono molti i nomi da citare: in ordine sparso, e nel tempo, sono stati ospitati Ascanio Celestini, Motus, Fabrizio Arcuri e Accademia degli Artefatti, Massimiliano Civica, Veronica Cruciani, Ambra Senatore, Koreja, Deflorian/Tagliarini, Fibre Parallele, Koreja, Teatro delle Albe, Valdoca, Babilonia Teatri, Città di Ebla, Habillé d’eau, Teatro delle Apparizioni, Ricci/Forte, Daniele Timpano, Mk, Lucia Calamaro, Danio Manfredini, Santasangre, Sineglossa, Pathosformel, Teatro Sotterraneo, Dewey Dell, Codice Ivan, Scena Verticale, Teatro Forsennato, Kataklisma, Muta Imago, La Casa d’Argilla, SuttaScupa, Fanny&Alexander, Andrea Cosentino, Canio Loguercio, Teatrino Clandestino, e altri che sicuramente dimentico.

E ancora quelli che stati invitati da “Teatri di Vetro”, rassegna ultraindipendente, luogo ideale per sperimentazioni, innovazioni, tendenze di quello che mi piace definire “il grado zero” del teatro: ovvero formazioni e gruppi ai primi passi.

È questo il mondo di artisti che si alterna con i “mostri sacri”. Ma non solo: è un mondo che “risiede” nel teatro. Con lungimiranza, infatti, il Palladium è stato una delle prime “residenze teatrali” d’Italia. Molti hanno avuto la possibilità di usare lo spazio per prove, laboratori, confronti: non “arrivo-montaggio-debutto-smontaggio-viaggio”, non la replica secca, ma un presenza più ampia, che non escludeva il dialogo con lo staff (a partire dalla direzione artistica) della Fondazione Romaeuropa. E va detto, a questo proposito, che il REF, con la complicità e la collaborazione di altri, a partire dall’Università RomaIII, ha colmato nel tempo un vuoto enorme. La Fondazione – una struttura privata, ricordiamolo – si è fatta carico di molti dei compiti che certe istituzioni trascuravano: favorire l’innovazione dei linguaggi, sostenere la giovane creazione, aprire al confronto intergenerazionale e internazionale, entrare con concreti sostegni produttivi in quella “emergenza artistica” che altrimenti rischia di rimanere tale troppo a lungo.

Infine: il pubblico. Il Palladium è un baluardo della contaminazione creativa, del sincretismo espressivo, della simultaneità stilistica: prosa, musica, danza, techno, poesia, letteratura, filosofia, fumetti, cinema, video, pittura, fotografia, architettura si sono mescolati sapientemente. Lo spettatore si è trovato di fronte a questa massa (critica) di proposte: suggestioni dal tempo presente. E si è trovato “costretto” ad aprire la propria mente, la propria capacità di ricettore, di elaboratore. Insomma, il Palladium ha sfornato un nuovo modo di essere pubblico. Anche per quel che riguarda noi spettatori professionisti: c’è stato un necessario sprint, una corsa per adeguare i nostri occhi critici a paesaggi artistici non consueti, non abituali. Passare da Yoshi Oida a Sensoralia, da Giorgio Rossi a Margherita Hack, da Baricco agli Hotel Modern, dal violoncello di Mario Brunello agli Slam Poetry implica uno “spettatore critico” che sappia scegliere, e decrittare, capire, valutare. Superando pregiudizi, steccati, barriere, labirinti mentali.

Ora, tutto questo rischia di venir meno. Il Palladium non fa la stagione. Non si tratta solo di meno “teatro”: ma di meno pensiero, meno dialogo, meno domande, meno arte, meno libertà, meno divertimento, meno discussioni, meno consolazioni, meno felicità, meno lavoro, meno poesia, meno democrazia. Mentre si parla di "Teatri Nazionali" e di un sistematico, opportuno, disegno di settore, sarebbe il caso che le Istituzioni – Governo, Regione, Provincia, Comune – comincino a pensare e a rendere noto, seriamente, che tipo di Paese vogliono da qui a dieci anni.

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