Giulia Valsecchi
Cineteatrora
20 Dicembre Dic 2013 1534 20 dicembre 2013

Dura la vita per chi se ne va a zonzo

Dalle prime righe che spingono il carrello di McCarthy in The road la sensazione è di un’afasia incurabile. Condanna o elevazione di una scrittura che proviene e va verso la catastrofe, stato non ultraterreno, ma prevedibile di lacerti del mondo da cui un’unica relazione, quella tra padre e figlio, sembra scansarsi a colpi di protezione e agguati.

In questa premessa sta tutto il rischio e insieme il coraggio di tornare su quella fine infinita con mezzi teatrali, corpi e indumenti, oggetti scenici e rumori, luci aliene e alienanti in cui tre uomini impersonano tre tipi - lo scienziato smanioso, il credulone innocente e la rockstar assopita - attraversando un non luogo alla ricerca di un centro d’accoglienza che salvi dagli alieni.

Si tratta di una costruzione in fieri, un’evidenza trasmessa da una drammaturgia che non vince per ora sul convincimento attorale, ma pur raccogliendo l’inconcludenza tutta umana nel bisogno di un diversivo difficile da pronunciare e nel buonumore che combatte la fame degli esseri d’altra natura, non fa il salto in termini di chiarezza degli snodi. A zonzo#01 di Inbalìa Compagnia Instabile carica su di sé gli scherni e le debolezze, le rivalse e alleanze che si generano persino in un risicato gruppetto a tre, le nevrosi farmacologiche e i finti saperi che producono leader inguardabili e seguaci senza orizzonte.

Tutte precondizioni di personaggi possibili sulle assi di un palco, lungo un finto tappeto verde e presunto asettico che i tre protagonisti usano per muoversi e dormire a turni su un’amaca che reggono a due a due. Ma restano molte anomalie da sciogliere, molte domande ancora sul reale motore di ognuno: una delusione d’amore, un matrimonio fallito, una solitudine invalicabile. Allerte che smuovono sì le storie dei singoli, ma faticano ancora a farsi macchina drammatica e, soprattutto, progressione e sviluppo oltre la naturale comicità assurda, che pure è ingrediente centrale di un’improbabile situazione apocalittica.

Se si ipotizza che davvero gli altri pianeti si nutrano della malinconia congenita negli uomini, è un ottimo presupposto per concentrarsi sulla stratificazione dei dialoghi, la ricerca di un centro, il litigio attorno al fuoco di un Prometeo trino e svagato e la voracità di pastiglie che zittiscano le paure collettive. Strumenti che vengono detti, che rimbalzano tra una posa e l’altra, un’intenzione di restituire il mare confuso in cui è arduo sopravvivere al buio e l’idiota di turno deve per forza reggersi sulle spalle di un altro, amico o nemico secondo che sia voltato di spalle o vigile.

La nave del racconto allo sbaraglio è insomma ancora incagliata nella pur vivida bravura di Marco Cacciola, Francesco Villano e Michelangelo Dalisi. Ma ci si attende più di uno stormire di fronde e di allarmi che fanno piegare tutto quanto il corpo, più di astronavi che volano in platea o fari puntati sugli occhi dei veri alieni tra noi. Il carrello di McCarthy prendeva mirabilmente a spostarsi nel fango fino al collo ed è forse ancora compito del teatro non usare le pinze, ma le braccia affondate nella miseria che fa i conti ogni sera con un giudice pronto a immaginare sulla pagina e poi a vivere con chi lo guida in diretta i tentativi errati di un tappeto d’erba di plastica con sopra tre smarriti senza gloria.

Fino al 21 dicembre 2013 – Pim Off Milano

Testo e regia di InBalìa

Con Marco Cacciola | Michelangelo Dalisi | Francesco Villano

Assistente alla regia Jessica Leonello

Scene e costumi di InBalìa con la collaborazione di Paola Tintinelli

Luci di Luigi Biondi

Voci registrate Alberto Astorri e Chloè Thill

Organizzazione di Edoardo Favetti e Debora Meggiolaro

Produzione di InBalìa Compagnia Instabile

Con il sostegno produttivo di Residenza Idra e Centro Teatrale Bresciano

Con il sostegno di Teatro Litta e Pim Off di Milano. Si ringrazia il Teatro i di Milano

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