Città invisibili
23 Dicembre Dic 2013 1043 23 dicembre 2013

Architettura e imprenditoria, l’Italia che produce

In occasione dell’ultima Mostra internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, alle Tese delle Vergini all’Arsenale, lungo una promenade, i curatori hanno cercato di raccontare il connubio tra architettura e imprenditoria. Da Adriano Olivetti alle Green Economy. Partendo dall’esperimento di Ivrea, come paradigma di un modello di sviluppo in cui politica industriale, politiche sociali e promozione culturale si integrano nella proposta di una strada innovativa nella progettazione delle trasformazioni del territorio. Per giungere all’attualità. Una storia nella quale ad emergere con una prepotenza che può addirittura risultare inaspettata, osservando il desolante status quo, è la forza del made in Italy. L’Italia che produce. Anche attraverso architetture di grande qualità. Come accade per gli Uffici direzionali Smeg a S. Girolamo di Guastalla, nei pressi di Reggio Emilia, progettati da Guido Canali. Per lo Stabilimento industriale del gruppo Boffi, realizzato da Piero Lissoni a Lentate sul Seveso, nel milanese. Per l’edificio, firmato da Mario Cucinella, che ospita gli uffici di Guzzini, a Recanati, nel maceratese. Ancora, per i capannoni industriali di Glas Italia, di Piero Lissoni, a Macherio, nella provincia di Monza e Brianza. Per il Centro Ricerca e Sviluppo di B&B Italia, realizzato dallo studio Antonio Citterio Patricia Viel and Partners, a Novedrate, nel comasco. Per la sede di Elica Group a Fabriano, nell’anconetano, progettata da Antonio Diotallevi. Una casistica vasta, che si inserisce in una tendenza ormai istituzionalizzata fatta di architetture sostenibili e edifici intelligenti. Come la fabbrica Aplix a Le Cellier-sur-Loire, di Dominique Perrault, oppure il Centro di ricerca e sviluppo Valéo di Amiens di Jean Paul Hamonic, e  che può anche allargarsi volendo includervi anche opere. Come la nuova sede JCDecaux di Brentford, di Norman Foster o il quartier generale Solon SE di Berlino, di Schulte-Frohlinde Architekten.

Un numero cospicuo di realizzazioni, quelle italiane, che tuttavia si differenziada tutte le altre. Proprio perché le architetture sono riuscite a creare spazi per il fare e il lavorare, mescolandosi a tal punto da divenire l’una il prodotto dell’altra. Contemporaneamente soggetto e oggetto. Così la tradizione italiana nel settore della progettazione è divenuta strumento per l’avvio di progetti imprenditoriali sul territorio. Progetti nati non di rado in un capannone e poi cresciuti. Di più, consolidatisi anche grazie ad un’architettura che ne è diventata la “casa”. E’ accaduto così alla Lube cucine di Treia, nel maceratese. L’avventura partita nel 1967 in maniera artigianale, trasformatasi in una grande azienda. Con commissioni in India, Russia e in Francia. In Italia, nel 2013 sono stati aperti 40 nuovi store. Ma l’espansione non è certo provocato una industrializzazione tout court. Anzi. In compenso si sono affinate le tecnologie a supporto della produzione. Sul tetto degli stabilimenti di Treia, dello Studio FelicettiSeverini Associati, nei quali sulle trasparenze dei cristalli in facciata si riflette il rosso dei tiranti in acciaio ed il grigio del cemento armato delle due torri che inquadrano l’ingresso, sono stati stesi 27mila mq. di pannelli solari. L’impegno è quello di ridurre di 47 milioni di tonnellate le emissioni di Co2 entro il 2025.  Ma la vera promessa è nei materiali e nelle vernici senza solventi che si sperimentano nei laboratori di ricerca e sviluppo. A partire dal pannello ecologico, costituito da materiale completamente riciclato.

Dagli inizi si continuano a fare cucine, con mezzi evidentemente differenti, adeguati al presente. Ma l’approccio è ancora quello del passato. Negli stabilimenti marchigiani si lavora quasi in maniera artigianale, ma potendo contare su grandi professionalità. Dal 1967  Passo di Treia dalla quale, a non molta distanza, c’è la sede della Lube si è sviluppata, è diventata più grande. Ma continua a mantenere i caratteri iniziali. Quasi di centro di passaggio. Così la Lube. Che non ha smesso di essere “la fabbrica” dalla scritta rossa su sfondo bianco. Con un occhio sulla vallata marchigiana e l’altro all’Europa. 

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