Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
24 Dicembre Dic 2013 0921 24 dicembre 2013

Lettera agli Attori e alle Attrici della mia specie


"Workcenter Grotowski and Thomas Richards": scuola d'attore e di umanità

Vorrei fare una lettera di Natale. Ma a chi? Di solito, in questo periodo, si esprimono desideri, e si fanno i bilanci, i conti, le somme. I buoni propositi per l’anno a venire. Lo so che suonerebbe come una presa in giro: cambierà qualcosa? Che altro ci ripromettiamo?

Non credo in possibili miglioramenti nel breve arco di un anno, e anzi ultimamente sono propenso a credere che le cose, se cambiano, tendenzialmente cambiano in peggio. Allora, anziché far generiche raccomandazioni per il 2014, faccio una lettera di ringraziamento.

Quel che vorrei, semplicemente, è dire “grazie” ai signori attori e alle signore attrici, che in Italia, mattina, pomeriggio, sera vanno in scena.

Non importa come, non importa dove: fanno teatro.

Con un pubblico di bambini o di adulti o di anziani, di abbonati o di invitati; nelle scuole come negli ospedali, nelle fabbriche abbandonate come nei teatrini di periferia; nelle grandi sale del centro, negli scantinati o nelle piazze.

Loro, voi, ci sono, ci siete: ed è questa la rinnovata forza di un teatro altrimenti squassato, sperso, umiliato, frustrato e frustrante.

Quel che mi interessa, oggi, da spettatore professionista – ancorché non pagato: ormai la critica è no-profit – è riflettere su di voi, con voi. Capire come sia mutato e stia mutando il ruolo, la funzione, addirittura la genetica dell’Attore. Provare a capirne il mistero e la dedizione.

Mi pare di avvertire che ci sia, sottile, tendenziale, una rinuncia allo smodato e consunstanziale “narcisismo” dell’Attore, a favore di una nuova socialità, di un pensarsi diverso nel tempo presente. Facendo i conti con le eterne fragilità, le incertezze, le timidezze – che sono l’intimità dell’Attore e dell’Attrice – sembra però che non vivano più solo in funzione e durante lo spettacolo: prima nell’attesa, poi nella realizzazione, infine nel ricordo. Anzi: vediamo attori e attrici che si ritrovano intellettuali, attivi, militanti. Anziché stare in casa ad aspettare la telefonata, si scende in strada e si reinventa il mondo.

È una novità, forse, ma non del tutto. Di fatto, nella lunga storia del Teatro, i grandi momenti di crisi hanno sempre visto la risposta attiva degli attori e delle attrici, che si sono fatti carico di cambiare, rinnovare, spostare equilibri e prospettive.

Dai giullari del Medioevo alla storica pagina dei Comici dell’Arte; dai Gobbi ai Giovani; da Carmelo Bene a Leo De Berardinis (vi ricordate i 100 attori?); dalla lezione attoriale dell’Odin alla Casina Liberty di Dario Fo; passando per l’Animazione, il teatro sociale o la narrazione anni Novanta: gli Attori sono stati sempre in prima linea.

È così anche ora: alcuni occupando, altri manifestando, altri scrivendo. E inventando, inventando continuamente senza ritrarsi. Gli attori, questi "sottoproletari dell'arte", sono di nuovo al centro della scena.

Rimpiangiamo, e per tanti versi giustamente, il magistero di Eleonora Duse: ma quante attrici, del nostro tempo, fanno serenamente e con mirabile qualità, quel che faceva, certo per la prima volta, la “Divina”? Assistiamo a una stagione di estrema qualità attorale, il livello medio di preparazione si è alzato e diffuso. Vero: ci sono sempre i “cagnacci”, i raccomandati, gli infiltrati, i pressapochisti, gli sciatti, gli attori megalomani e quelli totalmente egoriferiti. Eppure, non possiamo non costatare che oggi, in genere, un giovane attore sa essere performer, interprete, danzatore, cantante, animatore, manager, capocomico, organizzatore, autore, traduttore, regista, tecnico…

E sa essere anche perfettamente calato nella società, nel tempo, nella quotidiana battaglia politica. A partire dalle occupazioni (non solo quella del Teatro Valle di Roma, ma anche Palermo, Pisa, Venezia…), vediamo sempre più attori e attrici che si rimboccano le maniche e fanno.

“Fanno”, nonostante tutto: nonostante la miseria, lo sfruttamento, la malapolitica, la mancanza di tutele e garanzie. Attraversano laboratori, stage, provini sfiancanti, investono (addirittura pagano) per lavorare. Vanno in scena, ci mettono la faccia, il corpo, l’anima.

Atleti del cuore”, diceva quel matto. E sempre, finché è possibile, con dedizione e qualità. Con quella felicità bambina che vi vediamo stampata negli occhi quando prendete gli applausi, e che sapete donarci.

Va da sé: senza gli attori, non ci sarebbero neanche i critici. Non è questo l’importante, ora. Senza gli attori, semmai, non ci sarebbero quelle passioni, quelle risate, quei pianti, quelle domande, quella bellezza che sera dopo sera il teatro offre a noi spettatori.

Si attendevano riforme di settore, per l’anno nuovo. Arriveranno forse nel 2015. Intanto il teatro annaspa di crisi: colpa di una politica miope e ottusa, sicuro. Forse – diciamo forse per esser gentili – qualche responsabilità si può rintracciare anche in chi, negli ultimi venti o trenta anni, ha avuto le redini del sistema. Un sistema troppo spesso chiuso, gerontofilo, che divide e parcellizza, che vive di rendite e di glorie passate, che sfrutta e a volte umilia. Mai come in questa fase, tocca a voi.

Oggi parliamo di teatro di “non-regia”, di postdrammatico, di spettatore emancipato: sono bellissime e fondanti categorie di un futuro prossimo. Ma tutto ciò ruota sempre, comunque, attorno al cardine vitale della vostra presenza attiva.

In questa Italia confusa e sfranta, in questo Teatro in perenne difficoltà eppure più vivo che mai, in attesa di riscatto, eppure sempre seguito dal pubblico, voi Attori siete – potete essere – ancora interpreti di libertà, di possibilità altre. Nelle vostre mani, nei vostri occhi, nei vostri nervi costantemente tesi, risiede uno scarto possibile, un’apertura, una resistenza. Il vostro viso è il campo di battaglia, il vostro corpo è la presenza effettuale: è il luogo di una storia ancora da scrivere. Come negli “occupy”, come per i protestatari che montano le loro microtende davanti al ministero: così il vostro corpo è il segnale di presenza, di un “esserci” forte e disperato.

Allora vorrei che questa lettera di ringraziamento diventasse anche un appello.

Qualche decennio fa, il grande critico Roberto De Monticelli invitava, con sublime ironia, il teatro a essere “rauco”. Adesso, forse, è ora di cambiare, di tornare a parlare. Di alzare la voce, se necessario menar le mani, sbattere i pugni sul tavolo. Non c’è più tempo da perdere.

Attori e Attrici della mia specie, in questo nuovo anno, per favore: fatevi sentire. Parlatevi e parlate. Divertitevi e combattete. Continuate la vostra battaglia per vivere il teatro. Noi, spettatori e appassionati, vi saremo a fianco.

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