Antonio Sanfrancesco
Opportune et importune
30 Dicembre Dic 2013 1211 30 dicembre 2013

Ma il personaggio dell'anno, anzi del nostro tempo, è papa Benedetto XVI

Quando alle 11.46 dell'11 febbraio 2013 è risuonato, in latino, l'annuncio di papa Benedetto XVI molte analisi mediatiche su di lui si sono rivelate per quelle che erano: superficiali, frettolose, banali, spesso venate da antichi pregiudizi. Quel farsi da parte del teologo tedesco, che segnerà per sempre la storia della Chiesa e la storia tout court inaugurando, chissà, una nuova primavera della Chiesa, sembra adesso quasi dimenticato, rimosso. Troppo ingombrante, forse, per rifletterci su.

L'anno che ci lasciamo alle spalle, segnato dal gesto drammatico del Papa tedesco, segna anche il punto più alto di quell'incomprensione totale tra media system e Chiesa cattolica e, soprattutto, con quel mite teologo bavarese chiamato a guidarla nel bel mezzo di una tempesta perfetta, tra infedeltà diffuse e malebolge da basso impero.

Fino a quel punto tenacemente avversato, Ratzinger d'un tratto s'è rivelato un Papa saggio, coraggioso, spiazzante, straordinario persino. Così va il mondo. E forse non c'è da scandalizzarsene più di tanto. Capita questo a chi legge le vicende della Chiesa solo in un'ottica mondana e non anche spirituale. Ma non è questo il punto. Il copione si ripete adesso anche con Francesco.

I media, in questo fine d'anno, si sono affrettati a stilare pagelle e compilare classifiche decretando papa Francesco personaggio del 2013, dall'empatia vis-à-vis con i fedeli alla popolarità sui social network. Tutto giusto, per carità. Ma tutto ha il sapore dell'improvvisazione, dell'istante, del last-minute. Quasi che questa fretta di “congedare” papa Ratzinger nascondesse un desiderio inconscio di non fare i conti fino in fondo con il suo gesto. Come se tutti coloro che in passato furono tanto sicuri e perentori nel criticare Benedetto per il suo stile, le sue parole, i suoi atti non avessero saputo leggere e collocare all'interno del suo pontificato l'ultimo e decisivo atto: le dimissioni. Che non sono state un fuggire ma un vero e proprio atto di governo. E soprattutto un gesto di martirio nel senso, etimologico, di dare testimonianza.

Nella sua ieratica e profetica solitudine – accentuata da quella voce flebile con cui ha annunciato la sua uscita di scena – papa Benedetto ha colto il segno del tempo, la spinta di rinnovamento che talvolta, in certe epoche storiche più di altre, soffia sulla Chiesa, e ha preso su di sé tutto il peso di un gesto che ai più è sembrato viltà, ad altri addirittura una fuga dalle responsabilità, ad altri ancora, non credenti eppure affetti da una strana papolatria, l'incrinatura dell'immagine su misura che loro s'erano fatti della Chiesa: mondana, triumphans, di ostentazione del potere.

«La Chiesa», ha scritto lo storico Alberto Melloni nel bel saggio Quel che resta di Dio (Einaudi), «in senso proprio, si confonde se e quando non riconosce il tempo in cui è stata visitata da quelle spinte di rinnovamento che una, due, tre volte per millennio soffiano sul suo volto sciupato».

Papa Benedetto – la cui portata storica della decisione è ancora tutta da decifrare per il futuro – questa spinta di rinnovamento l'ha colta, ha alzato lo sguardo più in alto dei suoi stessi “difensori” e di tutti quei carrieristi che gli stavano intorno, adulandolo ma senza mai aiutarlo, e ha messo tutti e ciascuno di fronte alle proprie responsabilità. Il Papa criticato per il camauro e la cura della liturgia, le scarpe rosse e altri segni esteriori, ha cambiato il significato della parola “tradizione” preferendo stravolgerla, in nome della fedeltà alla Chiesa, pur di conservarne il fuoco vivo della sua missione e del suo senso di stare al mondo e rilanciare all'uomo contemporaneo, sempre più sazio e sempre più disperato, quella domanda su Dio che è anche e soprattutto, come sempre, una domanda su se stesso, sul suo agire, sul suo rapporto con gli altri.

Se la domanda su Dio, e sullo scandalo di un Dio fattosi uomo e morto per gli uomini, continuerà a risuonare ancora più nitida e meno inquinata nel cuore degli uomini lo si deve (anche) a questo Papa anticonformista che ha capito che non tanto il potere, quanto la rinuncia al potere, serve per governare e raddrizzare, insegnare e suscitare un anelito più alto. «Non aver inteso la visitazione», ha scritto ancora Melloni, «ha fatto la chiesa a pezzi, e non in senso metaforico».

Al netto di facili trionfalismi e analisi frettolose, il personaggio dell'anno, ma sarebbe più corretto dire il personaggio simbolo di questo tempo enigmatico e difficile, è proprio papa Benedetto XVI che con il suo gesto s'è preoccupato non tanto di quello che resterà di una cristianità stanca, prigioniera di un mondo che se sconfitto non sarà più rimpianto, ma di quello che sopravviverà, nell'intimità di ognuno, dell'antica domanda di Cristo che risuonò a Cesarea di Filippo: «Ma voi chi dite che io sia?».

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook